giovedì 19 aprile 2012

Cronenberg terza puntata... LA ZONA MORTA


Oggi voglio scrivere di quel che si dice “il peggior Cronenberg”, ovvero la trasposizione cinematografica del fortunato libro di Stephen King “La zona morta”. Credo che il nome di King giochi parecchio a favore di questo giudizio, eppure qualcosa di interessante deve pur esserci in lui se le pagine dei suoi libri sono fra le più sfruttate in campo cinematografico… certo, per la maggior parte delle volte si è trattato di film per battere cassa… però io oggi lo voglio “difendere” da chi lo etichetta solo come scrittore di best seller. Credo però anche che non ci sia occasione migliore di questa per vedere la differenza tra un bravo scrittore che padroneggia il suo strumento e un genio visionario…
Ancora una volta Cronenberg indaga sulla possibilità dell’uomo di andare oltre i limiti fisici del suo corpo e assumere dei poteri mass-mediali che gli permettono spesso di sintetizzare le categorie spazio – temporali. Della narrazione il regista ne fa un contorno al centro del quale emergono ancora una volta le ossessioni centrali della sua poetica. Quello che in King era infatti un innato potere di predire il futuro, in Cronenberg diventa capacità illimitata di Johnny di estendere i suoi organi di senso, attraverso una dimensione spazio temporale elastica, che lo fa saltare di continuo attraverso vari livelli di realtà, passati, presenti e futuri. Inoltre, se appunto questa facoltà si delineava attraverso la penna di King come innata e solo acuita dal lungo stato di coma, per Cronenberg l’incidente stradale (altro topos ricorrente nella sua ricerca) ne è la causa scatenante.
Ancora una volta lo “scontro” con la tecnologia è causa di un’alterazione che conduce il protagonista verso la superumanità. Ma se in Scanners il mad doctor era una persona fisicamente identificabile, ne La zona morta è un perenne fuoricampo, forse si tratta del caso, o forse di un dio di cui Johnny è uno degli esperimenti malriusciti.
Ad accomunare i due film è l’estrema solitudine dei protagonisti, che non trovano posto nella società a causa della loro diversità. Pur avendo sembianze normali infatti, sanno di non esserlo, e questo è per loro causa di una ontologica tristezza che non trova soluzione se non forse nel sacrificio finale.
Johnny, da individuo assolutamente ordinario, si ritrova letteralmente catapultato in una diversità che non sa gestire. Perde il lavoro, la donna che ama e ogni cosa che per lui avesse un senso nella “vita passata”; la società lo coinvolge solo per sfruttare le sue doti di chiaroveggenza, ma per il resto lo guarda come un mostro. Quello che sembrerebbe un dono risulta invece essere un handicap; Johnny non ne ha il controllo, non lo usa a sua discrezione ma ne è aggredito (come gli scanners, perseguitati dalle voci mentali) e quindi vittima. La sua mano si è trasformata in un organo di percezione sovrumano, gli permette di avere una visone panottica del tempo; inoltre la “zona morta” che era per King una percentuale di imprecisione trascurabile, è per Cronenberg nelle visioni di Johnny una sfumatura, una percentuale di indeterminatezza che permette a Johnny di intervenire sul corso degli eventi, creando futuri alternativi. Ma questa illimitata capacità di conoscere e “vedere oltre” è controbilanciata da un inesorabile consumo delle sue energie vitali che lo conduce quindi inevitabilmente alla morte.
Si ripresenta quindi un raccordo mancato, forse tra un inizio di mutazione e la mancanza di tutti i presupposti necessari.
Che dire infine di Christopher Walken? Superlativo.
Alla prossima Cronenberg-puntata…

Gabri
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mercoledì 18 aprile 2012

Diaz - Don't clean up this blood - Daniele Vicari

Un incubo a occhi aperti dal quale non ci siamo svegliati e dal quale probabilmente non ci sveglieremo mai. Il film di Vicari è una lama in pieno petto, un lancinante pugno allo stomaco che spiazza perché non dà nessuna verità assoluta ma martella il nostro cervello di domande: qual è il ruolo della polizia in uno Stato democratico? Come deve essere garantito l’ordine pubblico? Perché nessuno dopo 11 anni ha ancora pagato? Perché nessuno ha chiesto scusa? E perché in Italia non esiste il reato di tortura? Potrei andare avanti all’infinito.
Quel vortice di violenza che la notte del 21 luglio 2001 si è abbattuto sulla Diaz è una ferita ancora aperta e Vicari questo lo sa bene; per tale motivo ha avuto l’esigenza di raccontare e documentare, non denunciare. Dare una testimonianza audio-visiva della “macelleria messicana”, così definita dal vicequestore Michelangelo Fournier, che ha colpito il nostro paese, e non solo, lasciando a chi guarda le conclusioni, anche se si tratta per lo più di dubbi e domande. Diaz è una tappa essenziale nella costruzione di una memoria collettiva, un passo fondamentale e necessario per non dimenticare e chiederci in quale direzione stiamo andando. E così Vicari ci apre la strada dell’orrore.
Il regista italiano procede parallelamente mostrandoci le falle, le debolezze, la disorganizzazione e le paure dei due gruppi contrapposti, Forze dell’ordine e Genoa Social Forum, preparando il terreno per lo scontro finale e accrescendo quel clima di tensione e aggressività che durante il G8 ha colpito l’intera città di Genova. Tutto questo inserito in un vuoto istituzionale (la politica e le istituzioni sono distanti o, addirittura, assenti) che incrementa quel senso di disfacimento e orrore probabilmente ancora presente in questo paese. Anche qui un turbinio di domande tartassa le nostre teste. Vicari non ci lascia mai tranquilli, ma ci pungola costantemente costruendo attorno ai fatti della Diaz personaggi e storie propedeutici allo scontro finale.
Dall’irruzione nella scuola fino alle vergognose torture avvenute nella caserma di Bolzaneto, il film di Vicari è un vortice di irrazionalità senza fine. Lo hanno definito film di guerra o addirittura film dell’orrore, e in effetti Diaz è tutto questo: la guerriglia civile e le sequenze orrorifiche di cui siamo spettatori sono potenti e difficili da dimenticare perché reali. Per questo motivo a Vicari va il merito non solo di averci regalato un documento fondamentale su uno degli avvenimenti più vergognosi e oscuri del nostro paese, ma anche quello di aver creato un’opera cinematografica di grande valore. Autonoma e universale perché intende andare oltre e raccontare qualcosa di più profondo e necessario: fino a che punto può arrivare la violenza umana quando questa è legittimata e autorizzata dalle istituzioni? Il manganello e il casco dati in dotazione all’uomo sotto la divisa che significato hanno? L’ordine pubblico si garantisce solo attraverso le armi?
Per questo il film di Vicari guarda al futuro, documenta e racconta il passato obbligandoci a riflettere contemporaneamente sul nostro presente e sulla nostra vita futura. Quel sangue non va pulito perché ha macchiato, macchia e continuerà a macchiare la nostre vite e il nostro rapporto con le istituzioni, obbligandoci a rimanere svegli e vigili.
Se Vicari ha dato vita a un’opera cinematografica e a un documento di estrema importanza e valore è perché in lui è forte il bisogno di dare ai suoi spettatori un terreno comune sul quale camminare e crescere; un regista non è un giudice o un accusatore e il cinema non è un tribunale, come ha affermato il regista italiano in numerose interviste, ma entrambi devono essere accomunati dall’esigenza di documentare e testimoniare per poi andare oltre. E se guerra e orrore si fondono nel film di Vicari è perché da quella notte il sangue ha iniziato a macchiare questo paese e non si è più fermato, ma soprattutto perché la violenza e la sua irrazionalità sono state, e saranno ancora, una componente imprescindibile della nostra esistenza Il regista italiano ci incita e ci aiuta a guardare all’attualità e al domani senza dimenticare quello che è successo ieri, ed è come se nei titoli di coda fosse scritto: Adesso tocca a voi!

Vi lascio con queste parole.
Il discorso di difesa di Panahi al suo processo:

Durante la mia carriera ho sottolineato che sono un regista socialmente impegnato e non politicamente. Il mio principale interesse sono le questioni sociali; pertanto i miei film sono drammi sociali, non dichiarazioni politiche. Io non ho mai voluto agire come un giudice o un accusatore. Io non sono un regista che giudica ma uno che invita gli altri a vedere. Io non mi metto a decidere per altri o a scrivere alcun tipo di manuale per nessuno; permettetemi di ripetere la mia pretesa di porre il mio cinema aldilà del bene e del male.


Valeria

martedì 10 aprile 2012

Arrietty - Hiromasa Yonebayashi e Hayao Miyazaki


Come sempre succede quando mi preparo a vedere un film dove c’è la mano di Hayao Miyazaki, le aspettative sono altissime e la paura di rimanere un po’ deluso è naturale. Alla fine della proiezione mi accorgo che l’emozione che ancora una volta riesce a regalarmi supera ogni desiderio. E’ stato così anche per “Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento”. Scritto dal maestro giapponese e diretto dal suo allievo Hiromasa Yonebayashi (che aveva già curato l’animazione de La città incantata e Ponyo sulla scogliera), il film riprende i racconti fantasy della scrittrice inglese Mary Norton. La storia di due mondi che si incontrano, quello degli umani e quello dei prendimprestito piccoli gnomi che vivono sotto il pavimento di una grande casa di campagna e risalgono nelle case degli umani solo per prendere in prestito qualche genere di prima necessità, una zolletta di zucchero o una fazzolettino di carta.
L’incontro tra mondi diversi non è certo una novità, soprattutto nell’universo delle fiabe di animazione ma quello che rende Arrietty l’ennesimo capolavoro uscito fuori da quella straordinaria macchina di sogni che è la Studio Ghibli, è la sua incredibile capacità di rendere poetica ogni singola inquadratura, la maestria nel riuscire ad incantare allo stesso modo spettatori adulti e bambini. I temi cari a Miyazaki ci sono tutti, la critica del consumismo visto attraverso il magico riutilizzo che la famiglia di Arrietty fa di oggetti ritenuti inutili dagli umani, l’accettazione del diverso come possibilità di arricchimento reciproco: l’amicizia tra la piccola Arrietty e il ragazzino umano Shō è l’ennesima lezione di alta scuola che Miyazaki ci regala riuscendo ad annullare, come solo i grandi artisti sanno fare, le distanze che esistono tra la cultura giapponese e quella occidentale facendoci sentire tutti parte di una sola famiglia.
I disegni sono di una bellezza da lasciare senza parole, l’arredamento della stanza di Arrietty è una delle scenografie più belle che ho visto in un film d’animazione così come le musiche composte dalla musicista bretone Cécile Corbel mi hanno fatto scoprire un’altra grandissima artista (così come successe per le musiche di Tokiko Kato in Porco rosso).
Vorrei che Miyazaki non smettesse mai di scrivere e disegnare storie, vorrei potere invecchiare riuscendo ad emozionarmi ancora con i suoi film e farli scoprire un giorno ai miei figli e ai miei nipoti,vorrei che Miyazaki riuscisse a trasmettere la sua arte al maggior numero di persone possibili (così come sembra stia facendo con Yonebayashi). Vorrei che possa sempre esistere qualcuno che ci ricordi, con il linguaggio del cinema e quello dei sogni, che l’equilibrio del mondo dipende soltanto dalla nostra voglia di rendere straordinario ogni singolo gesto della nostra quotidianità e di essere rispettosi di tutte le vite che ci vivono accanto.
Sergio

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martedì 3 aprile 2012

Offside - Jafar Panahi








Fa rabbia e amarezza sapere che un regista come Jafar Panahi non potrà più regalarci(almeno per i prossimi 20 anni) gioielli preziosi e inimitabili come il suo Offside; lo sguardo, l'attenzione e il rispetto con i quali raffigura le figure femminili, in un paese che rigetta e oltraggia con ogni mezzo a disposizione il cosiddetto "gentil sesso", sono modelli da emulare e conservare gelosamente. La pellicola di Panahi non ha niente a che vedere con il "sesso debole" che l'Iran vorrebbe plasmare e inibire quotidianamente, ma dipinge con cura donne risolute e tenaci; in primo luogo essere umani, e non oggetti vuoti e incosistenti riposti nelle mani di mezzi uomini e signori del potere. Panahi riempie meticolosamente l'animo femminile di mille sfaccettature e ridona alle donne la dignità e il rispetto perduto.
In Offside le donne diventano agguerrite e appassionate tifose di calcio, pronte a difendere con forza e perseveranza il loro diritto all'uguaglianza, così come il diritto di guardare una semplice partita di pallone, di urlare, di tifare e di sedere accanto a quegli uomini venerati e adulati da una società misogena e maschilista. Donne che sembrano uomini e uomini che sembrano donne; sta lì la filosofia di Panahi, nel rovesciare perfettamente i ruoli imposti dai piani alti e nel deridere quei progetti di sottomissione. La celebrazione dell'uguaglianza, quì senza retorica e furberie varie, è presentata attraverso un sorriso che nasconde(poco, a dire la verità) il dito puntato alle autorità governative e religiose, nonchè ai caproni che seguono letteralmente i dogmi degli esponenti al potere, colpevoli di uccidere e deridere la dignità femminile.
Un'esplosione di gioia e divertimento che è tutta dedicata alle donne, oltre che ai 7 iraniani morti durante la partita Iran-Giappone del 2005, in cui le donne sono le uniche mattatrici e le principali protagoniste; da quì la sparizione del burqa e strumenti analoghi a favore di donne determinate e indipendenti. Il sottotesto(anche se ben visibile) è semplice e diretto: l'autonomia e la libertà che spetta a ogni uomo non deve essere condizionata dalle differenze sessuali.
Sì, potrà apparire banale, ma dopo anni di lotte e battaglie la situazione è addirittura peggiorata.
E poichè sono una donna, sicuramente più fortunata di chi  invece è costretta a vivere all'ombra di un "padrone" meschino e irrispettoso, l'amore e il rispetto che Panahi dona al'universo femminile non può assolutamente lasciarmi indifferente; il regista iraniano riscopre la solidarietà femminile, spesso dimenticata e calpestata, e ci rende tutte più vicine. Potrà sembrare un moderno femminismo, ma fortunatamente non è così: è una semplice lotta a favore della dignità umana, che poi Panahi si "serva" delle donne per proteggerla e celebrarla è un semplice espediente, seppur calzante e significativo. La sua è una lotta per l'uomo e con l'uomo. Quella che anche lui combatte personalmente giorno dopo giorno contro le autorità islamiche. E allora il regista iraniano ci ricorda che siamo tutti un pò Panahi.

Esistono particolari, dettagli che innascano una provocazione da cui nasce un ragionamento e - per me- un film. (J. Panahi)
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Valeria

sabato 10 marzo 2012

Jean Luc Godard - Une femme est une femme



"E' una tragedia o una commedia?" 
"Con le donne non si sa mai.."

"Non so se questa è una tragedia o una commedia, però è un capolavoro”


Non è passato troppo tempo dalla prima volta che vidi un film di Godard. Non ricordo nemmeno quale fosse, ricordo solo che non ci capii assolutamente niente!

Poi, una persona con una conoscenza cinematografica abbastanza superiore alla mia mi suggerì  di accostarmi ai film di Godard in maniera particolare: non come se stessi guardando un film ma come se dovessi “gustare un buon sigaro”.
Dimenticato il primo film, (che se non sbaglio dovrebbe essere Detective, ma non ci giurerei) decisi di guardare, anzi, di gustare, Fino all’ultimo respiro, seguendo stavolta il consiglio suddetto.
Mi lasciai trasportare, ed ebbi un’esperienza cinematografica assolutamente nuova, che ho riprovato solo con altri film di Godard. 
Il suo linguaggio è assolutamente unico e originale, a volte apparentemente sconnesso, e, se glielo consentiamo, ci trasporta nel suo mondo con una veracità e una capacità d'illusione che solo lui riesce a darci.

Il titolo, ispirato dal gioco di parole in francese “infame – une femme” già parla da sé.
Il film narra le vicende che si svolgono tra Angela, giovane spogliarellista di Parigi con una smodata voglia di avere un bambino, Emile, suo compagno, che al contrario non vuole saperne di affrontare la paternità, e Alfred, amico di Emile ed aspirante amante di Angela.
La storia, apparentemente banale e frivola, diventa pura poesia sotto l'abile mano del cineasta francese, che, attraverso situazioni al limite del surreale, gioca con i protagonisti e con la storia, regalando alla storia del cinema degli attimi indimenticabili.
Già nei primi fotogrammi, così come in tutto il film, Godard sfrutta la devastante sensualità del personaggio della Karina per stregare lo spettatore e porlo in una posizione di non oggettività.
Angela personifica quella leggerezza, delicatezza e femminilità che fanno perdere la testa a qualsiasi uomo, o, perlomeno, a me.
Risulta molto difficile, almeno per un pubblico maschile, rimanere imparziali di fronte a un personaggio dotato di una carica erotica di questo tipo.
Mi piacerebbe sapere come una spettatrice donna, che nel sensuale fascino di Anna Karina vede più qualcosa in cui immedesimarsi piuttosto che qualcosa da cui essere attratti, possa vivere l'intero film.
Personalmente, quest'attrazione ha influenzato la mia visione in maniera irrevocabile, portandomi ad interpretare qualsiasi scena dal punto di vista di uno innamorato di lei. Magari può essere considerato eccessivo, però penso che se dobbiamo lasciarci andare, con Godard dobbiamo farlo seriamente!
Pochi hanno la sua maestria nel riuscire a giocare coi sentimenti dello spettatore, facendo sorridere e lanciando qua e là spunti di riflessione.
Ai titoli di coda di un film di Godard ci si sente pieni e soddisfatti, col cervello che va a mille come sotto effetto di una droga piacevolmente stimolante.
Viva Godard e Viva la Nouvelle Vague!




P.S.  Straordinario l'omaggio al collega Truffaut, dove Jean-Paul Belmondo, al bancone di un bar, si avvicina a una donna e le dice
“Lei? Come va con Jules e Jim?”
“Moderato.” risponde Jeanne Moreau.
MERAVIGLIOSO
Apprezzabile anche l'autocitazione dove Belmondo dice “Stasera in tv danno Fino all'ultimo respiro.” (che bello pensare che un tempo davano film del genere in televisione!)


Robin

giovedì 23 febbraio 2012

La Talpa (Tinker, Tailor, Soldier, Spy) - Tomas Alfredson



“Ma sei un buon osservatore, eh? Noi solitari lo siamo sempre.”


All’apparenza “La Talpa” potrebbe sembrare una semplice spy story, scritta, diretta e interpretata magistralmente, ma la grandezza di questa pellicola risiede proprio nel non detto; al di là della rappresentazione pulita, ordinata e lineare,  questo film è una pentola in continua ebollizione e racconta attraverso sguardi, silenzi e taciti gesti il vissuto interiore dei protagonisti.


In piena guerra fredda l’ex agente in pensione George Smiley(uno straordinario Gary Oldman) viene incaricato di stanare una spia sovietica infiltratasi a capo dei servizi segreti britannici, potente organizzazione di cui lo stesso Smiley faceva parte prima di essere sollevato dall’incarico; ha inizio così una lunga e sconvolgente indagine capace di scardinare qualunque equilibrio. In questa continua ed estenuante corsa per la salvaguardia individuale, sono soprattutto gli equilibri interni ad essere minati e scossi e ad Alfredson poco importa degli avvenimenti storici e politici di quegli anni, perché la sua attenzione si focalizza sulla complessità dei rapporti umani. Ciò che interessa al regista svedese è l’uomo e non l’agente, le contraddizioni e gli sbandamenti di un individuo al quale viene sempre richiesto di non fallire, di rimanere attento e vigile e di subordinare le emozioni e i sentimenti al dovere. E in questo senso il trio Oldman-Strong-Firth è estremamente emblematico: il dualismo interiore logora giorno dopo giorno e corrode chi ne è colpito.
Quella che abbiamo davanti agli occhi è innanzitutto una storia di amore e amicizia, di lealtà e tradimento, che non fa né vincitori né vinti; la spy story mostra quindi le dinamiche di rapporti umani corrosi e indeboliti dal potere e dai potenti, in cui l’elemento umano cede il passo all’utile personale.
Bisogna essere dei silenziosi osservatori, come l’ex agente Jim Prideaux, per comprendere che la profondità di questo film sta oltre le parole e le indagini e si annida nei silenzi, negli sguardi e nel non detto. Non a caso Alfredson veste i panni dello scrutatore silenzioso senza mai essere patetico e sentimentale e ci trascina in un vortice di autodistruzione che lascia senza fiato. La ferocia con cui ogni rapporto umano viene demolito e smantellato lede interiormente e con lentezza chi ne osserva le dinamiche, portando ogni uomo a fare i conti con i propri scheletri e i propri mostri più nascosti. Ciò che ne deriva è un senso di sradicamento e fragilità lancinante che ci obbliga a far i conti con noi stessi.
Alfredson, una bellissima sorpresa all’interno del panorama cinematografico contemporaneo, dimostra di avere una spiccata capacità nel raccontare la fragilità e l’instabilità dei rapporti umani, mostrando l’individuo nella sua nudità.
Quelle complessità e quelle contraddizioni interne che le parole non possono spiegare, il regista svedese le espone sullo schermo sottoforma di altro. E scusate se è poco.


C’è da dire che tutto questo non sarebbe stato possibile senza un cast di altissimo livello. Spicca su tutti la figura di Gary Oldman, il quale dimostra(per l’ennesima volta) si essere un attore straordinario e di possedere un’abilità e una sensibilità uniche. Lo so, lo so…quando si parla di Oldman sono sempre poco obiettiva, ma sfido chiunque a dire il contrario.
Insomma, l’attore britannico continua a non perdere colpi(almeno lui!) e invecchia proprio bene.   

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Valeria

venerdì 17 febbraio 2012

Hugo Cabret - Martin Scorsese



Probabilmente se questo film fosse stato girato da un altro regista lo avrei apprezzato di più, ma da Scorsese, che seguo e amo da sempre, non posso accettare un lavoro che non osa e che non sa che strada prendere. Va benissimo l’omaggio alla nascita del cinema e alla figura di Méliès, ma quando questo elogio si limita alla scopiazzatura delle pellicole dell’illusionista francese senza l’inserimento di un minimo di inventiva e senza mettere sé stessi nel proprio lavoro, possiamo davvero parlare di omaggio?
Non si riesce mai a capire quanto questo dono a Méliès e al suo cinema sia realmente sentito o sia buttato lì per far contenti gli addetti ai lavori e gli spettatori più pigri, quelli che si accontentano e si esaltano vedendo citazioni fini e sé stesse copiate minuziosamente dall’originale.
A questo Scorsese manca la vena emotiva, non riesce (o non vuole?) sporcarsi le mani come invece ha sempre fatto nei suoi precedenti lavori, con l'eccezione di Shutter Island; sembra nascosto dietro le pellicole di Méliès e pare si diletti(?) a ricreare quel mondo credendo di omaggiare il grande maestro. Mi dispiace dirlo, ma in questa pseudo riscrittura non riesce mai a far capire quali siano le sue vere intenzioni. E’ come se la dichiarazione d’amore al regista francese restasse a metà, sospesa tra il detto e il non detto.
E poi c’è un altro fattore fondamentale: l’accostamento di Scorsese a un cinema fatto di magia e illusioni, pregno di sogni e allucinazioni, capace di portarti in un mondo in cui la luna ha un razzo infilato in un occhio e gli scheletri si dissolvono tra il fumo e la nebbia; quanto questo avvicinamento è sentito? Quanto studiato e programmato? E quanto sincero?
Per un regista che ha sempre raccontato la strada, la criminalità, il degrado quotidiano, le psicosi e le nevrosi dell’uomo contemporaneo com’è possibile accostarsi alla soglia dei 70 anni ad un genere il più delle volte snobbato e considerato poco?!? Come può Scorsese dirci che il cinema è magia, illusione, è un sogno ad occhi aperti?!?
E’ anche vero che questo è un semplice omaggio a uno dei padri della settima arte e i discorsi di stile lasciano il tempo che trovano, ma il film dà sempre l’impressione di rimanere a metà strada, di voler dire di più ma di avere paura di farlo, di volere fare un tributo a Méliès ma di non sapere mai che strada prendere. Ed è così che iniziano le citazione, le scopiazzature e le ricostruzioni.
Scorsese vuole dirci che dopo un secolo la forza del cinema non è cambiata? Che ora come allora quest’arte continua a farci sognare e a illuderci? Che in fondo Mèliès è più attuale di quanto non si pensi? Altri si sono espressi meglio e continuano a raccontare quel mondo in maniera originale e personale non dimenticando mai il loro maestro; forse è meglio che il regista americano continui a parlarci della strada e del degrado cittadino e lasciasse i sogni e le illusioni ad altri. In fondo il buon vecchio Martin è stato sempre un lumèriano convinto e questa sferzata senile, che è comunque degna di rispetto, non sembra intaccare, fortunatamente, il suo passato e la sua meravigliosa filmografia.
Non è un caso le scena più bella e più commuovente del film sia l’ultima, quella in cui si susseguono frammenti di pellicole mélièsiane. Lì non c’è nulla di Scorsese, è puro Méliès.


E’ però giusto ricordare che il soggetto non è assolutamente originale, ma è tratto dal romanzo illustrato “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” del autore americano Selzinick (che non ho né letto né visto).


Gustatevi il vero Méliès(è difficilissimo scegliere):
Il viaggio nella luna
la sirena

Valeria