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martedì 10 gennaio 2012

Drive - Nicolas Winding Refn



Prima di addentrarmi (e giuro che non vedo l’ora) nell’analisi di questo film, è necessario definire cos’è Drive per evitare eventuali fraintendimenti e malintesi: non è né un action-movie né un thriller dalle venature pop, ma una semplice, e mi permetto di dire, meravigliosa storia d’amore, in cui violenza e rabbia totalizzante sono funzionali alla comprensione di ogni singola azione, a differenza dei film e dei registi a cui questa pellicola e Refn sono stati recentemente accostati (Tarantino per citarne uno).
Del nostro protagonista non abbiamo nessun dato anagrafico e questo contribuisce ad accrescere quell’alone di mistero e inquietudine che gli aleggia intorno; sappiamo solo che lavora in un’officina, fa lo stuntman in alcuni action-movie e arrotonda prestando servizio come autista per alcuni rapinatori di banche. Il Driver è silenzioso, composto, contenuto, un attento osservatore che non lascia nulla al caso, ma la sua vita sarà scossa dall’amore per la vicina di casa.
Un amore che si nutre di silenzi, sguardi e piccoli sorrisi, ma non per questo meno profondo e intenso di quelli comunemente vissuti e incontrati; un vortice di passione che sembra travolgere quel mondo fatto di compostezza e autocontrollo, trovando la sua essenza in esplosioni di violenza necessari alla difesa delle persone amate. In quei gesti, così brutali, feroci e selvaggi si legge una dichiarazione d’amore a cui nemmeno le parole avrebbero potuto dare una simile profondità. Un “real hero” violento e dolce, feroce e umano allo stesso tempo.


Quello che colpisce è la scelta di raccontare una storia d’amore in cui prevalgono la rinuncia e il silenzio e di farlo attraverso lo sviluppo di un processo di autodistruzione necessario alla difesa della donna amata. E’ possibile parlare di amore, un amore puro e incondizionato, sporcandosi le mani di sangue? Decisamente sì. In questo spirale autodistruttivo l’amore non può prescindere dalla violenza e la violenza non può prescindere dall’amore. Non è più possibile definire dove finisca una e inizi l’altra, e non resta che vivere quelle emozioni così antitetiche, ma bisognose l’una dell’altra.

Alla fine nel film la violenza e la ferocia cedono il passo alla dolcezza e alla delicatezza, cancellando le macchie di sangue e i morti lasciati lungo il cammino. Se i gesti di violenza non sono altro che gesti d’amore, il Driver, bruto e silenzioso, è un uomo che deve fare i conti con sé stesso, il proprio amore e chi minaccia di distruggerlo.
La scena dell’ascensore, così delicata e violenta allo stesso tempo, è quella che meglio riassume le contraddizioni di questo sentimento.


Chiudo con invito: recuperate, se potete, la filmografia di Refn perché è davvero preziosa.


Valeria

mercoledì 10 agosto 2011

Bronson - Nicolas Winding Refn

Com'è bello scoprire registi nuovi e bravi!
Dopo un'astinenza cinematografica di quasi venti giorni ci voleva proprio un titolo come questo.
Confesso che avendo letto che il regista era di provenienza danese mi aspettavo qualcosa di "dogmatico" alla von Trier.
Nulla di più lontano.
Il regista prende come pretesto la vera vita di un carcerato britannico, tale Michael Peterson, noto con lo pseudonimo di Charles Bronson, per porre quesiti interessanti sulle capacità di espressione e di autoaffermazione dell'uomo.
Una tecnica di regia, che come ho già detto, si distacca notevolmente dai connazionali del Dogma e crea un linguaggio abbastanza originale e proprio.
Alternando momenti di estrema violenza a scene di un umorismo ai limiti del grottesco, Refn riesce a farci immedesimare in un ruolo che si allontana notevolmente da quella che può essere la "normalità" dell'essere umano: un criminale violento e psicopatico, che vede nella violenza la sua massima capacità di espressione. Ama la galera perchè solo lì riesce a essere famoso, ambizione che rappresenta il suo massimo volere.  Anche solo su questo punto potrebbe partire una discussione senza fine sulla società odierna, pervasa da persone che vedono nella fama un fine e non un effetto collaterale; fenomeno che produce una quantità spropositata di Costantini e Belen che ammorbano ogni media con degli immensi NIENTE. Ma meglio non protrarre troppo quest'argomento, potrei avere scatti che mi porterebbero a  diventare il futuro soggetto per un film di Refn.
Tornando invece al Bronson interpretato da uno straodrinario Tom Hardy, il suo personaggio è curato fino al minimo dettaglio. Il protagonista ci mostra i propri pensieri presentandoli sotto forma di spettacolo teatrale carcerario di cui lui è l'attore protagonista. Indossando gli abiti di un Pierrot adattato al mondo criminale, il nostro Bronson accompagna virgiliamente tutto il film. Come se egli stesso raccontasse la propria storia ad un pubblico immaginario nella sua testa. Dettaglio che dà un tocco di onirico delirio alla narrazione, molto adatto al tema.

Una bella riflessione sulla solitudine, sull'ambizione e sulla voglia di esprimere se stessi, che non ha la presunzione di dare una risposta ma fornisce solo spunti di riflessione.
Assolutamente un pollice in su!
Robin

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