martedì 4 giugno 2013

Corso di Storia del Cinema

Si è appena concluso il corso di Storia del Cinema tenuto da Sergio Barone per Teatroimpulso in collaborazione con l'associazione culturale duediquadri.
Appuntamento a ottobre per la prossima edizione...








lunedì 15 ottobre 2012

Jules Dassin - La città nuda




Sarebbe possibile fare due storie del cinema, accanto a quella ufficiale composta da tutti i film arrivati in sala e più o meno apprezzati da pubblico e critica, ci potrebbe essere quella di tutti i film che avremmo dovuto vedere ma che interventi successivi realizzati da censori e produttori insoddisfatti non ci hanno permesso di farlo.
I casi sono talmente tanti che si può realmente parlare di una storia del cinema parallela; delle volte, a distanza di anni, torna in luce la versione originaria prima delle mutilazioni selvagge. E’ il caso per esempio del capolavoro di Jean Luc Godard “Il disprezzo” che nella versione imposta dal produttore Carlo Ponti è un film abbastanza insulso mentre nella versione originale del regista (comunemente detta director’s cut) è un vero e proprio capolavoro. Purtroppo molte altre volte non saremo mai in grado di ammirare la versione originale semplicemente perché non esiste (più).
Guardando “La città nuda” di Jules Dassin tocchi con mano la frustrazione di essere vicini a un capolavoro che per colpa di un produttore cieco non si potrà mai vedere. Dassin è uno di quei registi statunitensi che ha conosciuto una delle peggiori stagioni del cinema statunitensi, quella della cosiddetta “caccia alle streghe” voluta dal senatore repubblicano Mc Carthy contro tutti i lavoratori del mondo del cinema sospettati di essere simpatizzanti comunisti. Gli anni Cinquanta videro spegnersi decine di carriera nel mondo del cinema, famosi registi e attori condannati all’espatrio o al silenzio forzato solo perché erano o erano stati (magari in giovinezza) simpatizzanti di sinistra o perché qualcuno aveva fatto una testimonianza a tuo sfavore. Un periodo terribile che meriterebbe sicuramente un’analisi approfondita.
La città nuda uscì in sala nel 1948 ma al produttore Mark Hellinger non andava del tutto bene il lavoro fatto da Dassin ragion per cui pensò di rimontarlo sottraendo all’opera una parte consistente di fascino solo per cercare di rendere il film più commerciabile, in questo senso l’uso della voce fuori campo per commentare la trama è una delle scelte più deleterie che si potessero fare. La grandiosità del film, che rientra nel filone dorato dei noir americani, sta nell’ambientazione che (tra le prime volte) era totalmente en plen air, niente studi solo la città di New York ripresa in maniera magistrale dall’operatore William Daniels  (quello di Rapacità di Von Stroheim). La macchina da presa che vaga tra le vie e i grattacieli della città sono un vero e proprio monumento poetico mentre la perfetta struttura della trama, il misterioso omicidio di una modella, contribuisce al fascino dell’opera. Della lezione di ripresa urbana si ricorderà, qualche anno dopo, Stanley Kubrick quando girerà Killer’s kiss.
Con La città nuda New York ha l’equivalente di ciò che Berlino ebbe con il film di Ruttman del 1929 Berlino, sinfonia di una grande città. Bisognerà attendere un bel po’ prima di rivedere una New York così vera al cinema… ci penserà Cassavetes nel 1959 con Shadows e poi Scorsese e Allen negli anni Settanta con i loro capolavori Taxi driver e Manhattan. Da consigliare, oltre a che agli amanti del buon cinema, a tutti gli studiosi di architettura urbana.

Sergio


domenica 30 settembre 2012

Romanzo di una strage - Marco Tullio Giordana



Quando si parla di cinema politico in Italia ci si riferisce quasi sempre alla stagione d’oro degli anni Sessanta e Settanta con i riferimenti alle opere (sicuramente imprescindibili) di Francesco Rosi e Elio Petri. Negli ultimi anni è sicuramente arduo trovare i corrispettivi ad autori simili ma pensare che la stagione del cinema civile sia relegata soltanto al passato non credo sia vero. La visione di Romanzo di una strage di MarcoTullio Giordana conforta ancora più questo mio pensiero. Giordana non è nuovo a riletture di momenti molto importanti della storia italiana, dal delitto di Pasolini in “Pasolini, un delitto italiano” del 1995 alla storia di Peppino Impastato nel (giustamente) celebre “I cento passi” del 2000. Con Romanzo di una strage i fatti di Piazza Fontana vengono finalmente fissati in una pellicola di alto valore. Si parla della strage milanese del 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura che fece 14 vittime e che molti mettono come momento iniziale di quella strategia della tensione che portò l’Italia in un incubo mai del tutto finito (anche perché non si è mai arrivati a conclusioni giudiziarie che abbiano fatto piena luce sugli eventi). Giordana ricostruisce il clima di quegli anni con una passione e una lucidità rari nel nostro cinema, un paese in bilico tra rivendicazioni operaie e tentativi autoritari, tra tentativi utopistici per una società migliore e lucidissime strategie per mantenere lo status quo e piuttosto cercare di peggiorarlo. Sappiamo purtroppo cosa ci hanno lasciato in eredità quegli anni, centinaia di morti senza giustizia e la consapevolezza (tristissima) che strutture organiche allo Stato in perfetta simbiosi con gli ambienti di estrema destra hanno concorso a far sì che il nostro Paese restasse ancorato a strutture di sfruttamento ancora oggi pienamente visibili e anzi sempre più duri in periodi di recessione come questo.
Siamo purtroppo i figli di Piazza Fontana, di una strage  per ampi versi perfettamente spiegabile da parte di chi abbia voglia di studiarla e anche per questo Giordana ha un grande merito, quello di permetterci uno sguardo d’insieme che abbraccia il nostro paese dalla fine degli anni Sessanta a quello che siamo diventati oggi. Mentre vedevo questo film mi è capitato di ripensare a un’altra importante opera cinematografica: Segreti di stato di Paolo Benvenuti del 2003, ricostruzione magistrale della, probabilmente, prima strage di stato, quella di Portella della Ginestra. L’Italia repubblicana è stata sin dall’inizio attraversata da scoppi di bombe che miravano a bloccare il cambiamento. Il cinema italiano ha sempre avuto tantissimi elementi sui quali lavorare e non sempre lo ha fatto nella maniera dovuta ma film come Romanzo di una strage ci permettono perlomeno di non dimenticare, “prima di non accorgerci più di niente” come diceva Peppino Impastato.
Nel film di Giordana è inoltre importante segnalare una straordinaria prova d’attore di Pierfrancesco Favino che interpreta in maniera magistrale il ruolo di Pinelli, l’anarchico fatto suicidare qualche giorno dopo la strage negli uffici della polizia di Milano dopo tre giorni di interrogatori.

Mi piacerebbe un giorno realizzare una rassegna di cinema italiano che parli della nostra storia degli ultimi settant’anni, che parta da Roma città aperta, quello che mi piace pensare come il primo film politico italiano e attraverso Le mani sulla città di Rosi, Todo Modo di Petri, Segreti di stato di Benvenuti giunga fino a questo Romanzo di una strage. Il giorno che anche nelle nostre scuole si faranno vedere questi film forse ci potremmo permettere di crescere una generazione un po’ più attenta alla nostra storia e quindi capace di diradare meglio il continuo fumo (più o meno consapevole) che ci arriva  quotidianamente davanti agli occhi.

Sergio


sabato 15 settembre 2012

Aki Kaurismaki -Miracolo a Le Havre



Guardare il cinema di Aki Kaurismaki è sempre stato per me un ottimo antidoto contro il cinismo e lo scoramento crescente che inesorabilmente con l’età aumenta. Il regista finlandese è uno dei pochissimi autori viventi a conservare una coerenza etica mai mutata nel corso degli anni diventando piuttosto con il trascorrere del tempo sempre più pura e intransigente.
I personaggi dei suoi film sono sempre gli ultimi della società, emarginati dal mondo che prende le decisioni anche per loro. Il male raramente si materializza come una figura umana (Kaurismaki raramente filma personaggi negativi), il male è la società, la sua struttura economica. Contro questo stato di cose possiamo contrapporre solo la profonda umanità degli ultimi, di quei personaggi fiabeschi che nascono dallo sguardo della sua magica macchina da presa.
Il suo ultimo film “Miracolo a Le Havre” è l’ennesima galleria di personaggi “fuori” dal mondo. Un lustracarpe ambulante (quanti ne esistono ancora in giro?), un ragazzino africano clandestino e senza documenti che sbarca per caso nella cittadina francese con la speranza di raggiungere Londra per ricongiungersi con la madre, un cane Laika che non fa nulla di speciale (non come quelli hollywoodiani…) ma è presente per fare compagnia quando c’è bisogno. A parte qualche brevissimo primo piano di un cattivissimo Jean Pierre Leaud (che emozione per tutti i truffautiani come me ogni volta che vedo il suo volto…), i personaggi negativi non si vedono mai. A volte si sentono ma sempre fuori campo. Kaurismaki  invece non abbandona mai i suoi protagonisti, li segue continuamente con una tenerezza e un rispetto altissimo. Mai nessuna scena patetica nei suoi film, sempre una dignità totale da parte di ognuno dei suoi personaggi. “Hai pianto?” chiede ad un certo punto il lustrascarpe Marcel al ragazzino africano che ha rischiato di essere trovato dalla polizia, “No” risponde Idrissa. “Hai fatto bene,non sarebbe servito a niente” ribatte Marcel. In questo breve scambio troviamo il Kaurismaki più profondo quello che ci insegna ad andare sempre avanti in ogni situazione e sempre con la forza della dignità. Solo così possiamo realizzare i miracoli, magari non sempre, più probabilmente molto raramente, ma sempre con la consapevolezza del nostro essere profondamente umani. Capaci di emozionarci sempre ma senza lacrime come ci ricorda lo sguardo del cagnolino Laika ogni volta che la storia prende una brutta china.
Del cinema di Kaurismaki abbiamo un enorme bisogno, non avrà purtroppo mai un grande seguito con le sue storie minime e i suoi personaggi ai margini ma è una delle ultime barriere etiche e culturali che possediamo e che dobbiamo tenerci stretto.

Sergio


giovedì 6 settembre 2012

Rafi Pitts - The hunter




L’evoluzione del cinema iraniano degli ultimi anni ricorda molto il percorso fatto dal cinema cinese tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Allora furono registi come Zhang Yimou e Chen Kaige ad aprire gli occhi a noi occidentali su di un paese e una società pochissimo conosciuta. Capolavori come “Lanterne rosse”, “Terra gialla” o “Vivere” diedero il via a una straordinaria fioritura cinematografica di un paese fino ad allora praticamente sconosciuto dal punto di vista artistico. Dopo qualche anno successe quello che pochi si aspettavano; i due registi che erano stati gli apripista di un nuovo linguaggio cinematografico, sfidando in maniera durissima le restrizioni censorie di quel paese, diventano autori accademici senza più voglia (o capacità) di rinnovarsi. Chen Kaige finisce ad Hollywood a girare film di poco spessore, Zhang Yimou diventa il regista simbolo del paese orientale allineandosi spesso e volentieri con quell’establishment politico che tanto aveva sfidato qualche decennio prima. Ma la loro antica lezione aveva per fortuna dato il via a una nuova consapevolezza del mezzo cinematografico e decine di nuovi e interessantissimi autori iniziavano la loro carriera a partire dagli anni Novanta.
In Iran si ripercorre pressappoco la stessa storia (pur se con tempi più dilatati). Si inizia a metà degli anni Settanta con maestri come Kiarostami e Makhmalbaf  che, fino alla prima metà degli anni Novanta realizzano opere fondamentali per la storia del cinema e per la conoscenza di un paese complicatissimo ma, a partire da un certo momento, cominciano ad aggrovigliarsi in esercizi di stile sempre più risibili perdendosi dietro a produzioni internazionali che lasciano spesso attoniti. Ma la loro eredità ha creato, come in Cina, un’altissima scuola cinematografica. Questo ha permesso a tanti registi iraniani di farsi conoscere negli ultimi anni nonostante una situazione politica sempre delicatissima (l’esempio di Jafar Panahi, probabilmente il maggiore autore iraniano del momento, rinchiuso in carcere a causa dei suoi film ne è un esempio lampante).
“The hunter” di Rafi Pitts girato nel 2009 grazie a una produzione tedesca è un altro interessante tassello di quello che i nuovi autori iraniani riescono a regalarci in mezzo a un mare di difficoltà e tensioni elevatissime. Girato qualche mese prima dell’ultima elezione che ha purtroppo portato Ahmadinejad alla guida del paese mi ha inizialmente colpito per una caratteristica non comune del cinema iraniano. Lunghissimi silenzi laddove i grandi maestri ci avevano abituato a dialoghi quasi estenuanti, una ricerca precisa nel non fare apparire Teheran come una realtà geografica precisa ma come luogo universale di una precisa condizione dell’umana modernità. Ne viene fuori un film pienissimo di significati pur in una struttura narrativa abbastanza semplice. Si parla di un uomo dal passato difficile che lavora in una fabbrica sempre nel turno di notte. Raramente riesce a passare del tempo con la moglie e la figlia, unici personaggi positivi del suo orizzonte umano, il resto è solo rumore, città, diffidenza e una voce alla radio che preannuncia grandi novità dopo le elezioni. Un giorno la moglie e la figlia scompaiono inghiottite dalle manifestazioni che pian piano fanno di Teheran un teatro sanguinosissimo di eventi tragici. A quel punto inizierà per il protagonista un personale viaggio nella vendetta contro una società drammaticamente inumana e resa ancora più tragica dalla sua indefinibilità (le strade, gli uffici e i posti di polizia vengono raffigurati quasi come luoghi kafkiani dell’assurdo).
Rafi Pitts ci presenta una Teheran insopportabilmente lontana da quella che una società accogliente dovrebbe essere ma lo fa senza nominarla mai e rendendola drammaticamente universale. La trasforma in un’agghiacciante metafora della città moderna in cui anche noi occidentali non stentiamo a riconoscerci. Una città “implosa dall’interno” in cui i rapporti umani sono scomparsi per lasciare solo spazio a rumori, tensioni e inquietudini sempre più forti. Una Teheran drammaticamente vicina anche per noi.

Sergio


mercoledì 4 luglio 2012

Aleksandr Sokurov - Arca Russa


Il 23 dicembre del 2001 il museo russo dell’Ermitage, una tempo residenza principale degli zar, resta chiuso al pubblico per le riprese di Arca Russa. Quattro anni di preparativi per un solo giorno di riprese. Un unico piano sequenza, più di 90 minuti senza neanche uno stacco di montaggio. 867 attori e più di mille addetti ai lavori, di cui ben 22 assistenti alla regia. Una steady-cam di nuova generazione fatta costruire apposta per quest’esperienza.
Sebbene tutto ciò possa sembrare un vezzo virtuosistico da ricerca del guinness dei primati piuttosto che una scelta stilistica, questa difficile sfida cinematografica non è fine a se stessa ma è assolutamente subordinata a un’esigenza narrativa.
Una ripresa morbida, delicata e continua ci suggerisce lo scorrere del tempo conducendoci in un viaggio onirico attraverso trecento anni di storia russa.
Fulcro di tutto il film è il confronto tra i due protagonisti: “il Russo”, occhi e anima dell’inquadratura, di cui sentiamo solo la voce, e “l’Europeo”, rappresentato da un diplomatico francese del XIX secolo catapultato nella visione di Sokurov.
Metafora di Russia ed Europa, del loro contorto rapporto di amore/odio, il loro diverso modo di percepire gli eventi a cui assistono lascia lo spazio a numerose riflessioni e a pesanti critiche verso la società russa odierna.
Insieme, quasi come fantasmi, il Russo e l’Europeo assistono a momenti di privata brutalità di Pietro il Grande, a uno spettacolo adibito per Caterina II, alle pubbliche scuse dell’ambasciatore di Persia per l’attentato in cui restò ucciso Griboedov, a momenti della vita familiare di Nicola II etc.
Una straordinaria lezione di storia che funge da sostegno a un inno alla poesia,  all’arte e alla bellezza.
Il compito di chiudere il film è lasciato alla suggestiva scena del ballo di corte sulle note di Mikhail Glinka; la macchina da presa balla insieme alle centinaia di comparse in una delle scene visivamente più belle che abbia mai visto.
I dialoghi sono pochi, corti e asciutti. Concetti semplici espressi con semplici parole. Il compito di evocare un vasto spettro di emozioni è riservato alla profonda meraviglia delle immagini che danzano su una musica altrettanto meravigliosa.

Mi lascia sbalordito pensare alla mostruosa organizzazione necessaria per realizzare un simile lavoro. Una coordinazione di circa duemila persone, più di ottocento attori truccati e in costume pronti ai loro posti molto prima del loro turno. Un solo errore, anche nei secondi finali, ed è tutto da ricominciare.
Un’esperienza straordinaria che ha avuto il merito di regalare questa piccola perla alla Storia del Cinema.
Sono convinto che tra cent’anni, si studierà questo film come oggi si studiano le pellicole di Ejzenshtejn.
A proposito di questo, non riesco a non sorridere pensando che nella stessa scalinata dell’Ermitage in cui si chiude il film, poco meno di cent’anni prima, Ejzenshtejn girava le sequenze finali di Ottobre, film altrettanto sperimentale, con dei tagli di montaggio estremamente serrati per l’epoca. In pratica, con un progetto diametralmente opposto, ma altrettanto geniale per i suoi tempi!   :-)

Robin



martedì 5 giugno 2012

Hayao Miyazaki - Laputa, il castello nel cielo



Pensare che anche per questo capolavoro di Miyazaki si è dovuto aspettare 26 anni prima di vederlo arrivare al cinema ci da la misura della lungimiranza di gran parte dei distributori nazionali. Per fortuna che la lucky red ha acquistato i diritti per tutte le opere della Studio Ghibli e pian piano ci da la possibilità di goderne.
Non so ancora come abbia fatto il regista giapponese ad aver realizzato un così alto numero di opere mantenendosi sempre su un  livello così elevato. Probabilmente la risposta più semplice, e anche più vicina alla realtà, è che Hayao Miyazaki è un genio. Uno dei pochi geni del  mondo del cinema ancora in attività e capace, ad ogni sua opera, di regalarti un numero di emozioni così alto da farti compagnia per tanto tempo e farle diventare un ulteriore piccolo mattone  per la tua formazione, anche quando pensi che l’età della formazione sia finita già da un pezzo…
Laputa, il castello nel cielo diretto nel 1986, è probabilmente il film che consacra definitivamente Miyazaki come un grande autore di animazione con una sua poetica ben definita. Nella storia della piccola Sheeta che deve fuggire da ripetuti tentativi di sequestro da parte di pirati dell’aria e oscuri corpi militari ci sono tutti i temi abituali del Miyazaki contemporaneo. Il suo pessimismo sull’uomo ma anche il suo grande amore per tutte le volte che egli riesce ad entrare in sintonia con il mondo della natura. La passione per il volo (che ritornerà sia in Porco rosso che nel Castello errante di Howl) e per tutto ciò che esso rappresenta.
Contestualizzando il film all’anno in cui è stato scritto si può sicuramente affermare come Laputa sia il film dell’ingresso nella maturità artistica di Miyazaki. Vi ritroviamo ancora un forte collegamento con il creatore di Lupin (le figure divertentissime dei pirati dell’aria richiamano in maniera precisa il mondo di Lupin con i suoi folli inseguimenti a bordo della leggendaria 500 gialla) ma, per la prima volta, entrano in scena i temi elencati prima e che rappresenteranno un chiarissimo marchio di fabbrica del mondo del creatore di Totoro.
Laputa è una città che sta nel cielo,come un’Atlantide di stanza sopra le nuvole invece che negli abissi marini, essa racchiude in sé tutto ciò che di buono (ma per contrasto anche di malvagio)  che la natura umana può rappresentare. La piccola Sheeta è l’unica persona che può raggiungerla grazie alla sua nobile discendenza e al possesso della magica gravipietra. Proprio per questo sulle tracce di Sheeta lotteranno pirati e governi minacciosi. Con una maestria propria dei grandi Miyazaki traccia in maniera straordinaria i caratteri dei personaggi del film. Tutti concorrono a completare l’ennesimo grande affresco miyazakiano. E’ sempre difficile descrivere le emozioni ma forse serve raccontare della grande serenità che si impadronisce di te alla fine della visione ringraziando ancora una volta Miyazaki per ciò che mi ha donato. Per come mi ha insegnato a guardare la natura (supportato in questo dalle lezioni della mia cagnolina…) e per come riesce a farmi avere ancora un po’ di fiducia nel mondo.

Sergio