giovedì 2 giugno 2011
Vladimir Bortko - Cuore di Cane
Regista mai sentito fino a pochi giorni fa.
Tratto dall’omonimo libro di Bulgakov, che consiglio caldamente a chi non lo ha letto, il film è la storia grottesca del cane Sharik (nel romanzo italiano tradotto come “Pallino”) che viene sottoposto ad uno strano esperimento dal prof. Filipp Filippovic Preobrazhenskij e il suo fido assistente Bormental’. A seguito di quest’esperimento, il cane assume le sembianze di un uomo, cominciando addirittura a parlare e a suonare la balalaika (in una scena bellissima!). I suoi istinti però restano quelli di un cane: mangia in continuazione, insegue i gatti non curandosi di distruggere la casa nel tentativo di prenderli, quando fa qualcosa per cui sente di aver torto chiede “ora mi date botte?”, e così via.
Sia il romanzo che il libro sono una palese satira della società sovietica di quel tempo, incarnata nel personaggio di Shvonder, membro del partito, capo del comitato inquilini del palazzo del professore e personificazione del burocrate rompicoglioni tanto odiato da tutti gli intellettuali sovietici del tempo, da Bulgakov, a Majakovskij, a Ejzenshtejn e tanti altri.
Sharik, diventato nella società sovietica il compagno Poligraf Poligrafovic Sharikov (nel romanzo italiano “Pallinov”) vivrà il dramma di inserirsi in una società completamente nuova per lui, che non capisce, in cui però ha la presunzione di dettare le regole, cosa che metterà enormemente in difficoltà il professore.
Spero d’avervi messo curiosità, buona notte :-)
Robin
Il cane Sharik, trasformato in uomo, viene presentato al convegno scientifico.
Ken Loach - Il mio amico Eric
Quando circa quindici anni fa mi ritrovai fianco a fianco con Ken Loach durante uno sciopero organizzato a Catania tra i lavoratori portuali di Catania e quelli di Liverpool (decisamente altri tempi…), mi sentivo quasi intimorito nello stare vicino a uno dei registi che più amavo. Avrei voluto mettermi a parlare con lui di cinema e vita ma la mia scarsa dimestichezza con l’inglese me lo proibiva. Non trovai niente di meglio da fare che rivolgergli dei dovuti complimenti e scambiare poche frasi di cortesia (accompagnate però da preziose dediche che mi fece su delle monografie a lui dedicate che mi ero portato dietro). L’atmosfera era festosa pur nella rabbia per tanti lavoratori che rischiavano il posto di lavoro a causa dei primi vagiti del mondo globale. Quando un pallone fece misteriosamente capolino in mezzo ad operai e studenti italiani e inglesi, ebbi l’ennesima conferma che il calcio possiede una forza e una universalità così potente da abbattere qualsiasi barriera linguistica e sociale. Per qualche minuto tutti a scambiarci passaggi e improbabili virtuosismi tecnici inneggiando alle proprie squadre e ai propri campioni. Fu mentre Ken Loach sferrava un calcio al pallone che mi ritrovai a pensare che prima o poi un film sul calcio lo avrebbe fatto… Quando è uscito “Il mio amico Eric” si è finalmente avverata la mia previsione.
Presentato a Cannes e accompagnato da pareri quasi sempre positivi, questa pellicola è talmente impregnata della poetica di Loach da farne quasi un manifesto. L’amicizia, la solidarietà, la lotta contro i soprusi, un ottimismo inarrestabile che paradossalmente aumenta man mano che l’età avanza. Tutto il Loach che amo è dentro questo film con, in più, l’amore per il calcio. Il protagonista del film è Eric, postino di mezza età con tante scelte sbagliate alle spalle che lo hanno portato ad avere un’esistenza carica di rimpianti e una famiglia frantumata. Parla poco anche con i suoi amici con i quali divide pinte di birra e partite del Manchester United. Ma nel picco della sua malinconia un figura arriva nella sua stanza a parlare con lui e a farlo reagire. Questa figura è quella di Eric Cantona, grandissimo campione del Manchester degli anni Novanta. Uno di quei calciatori che fanno sognare i tifosi anche se stanno fermi in mezzo al campo ad aspettare che qualche divina ispirazione gli dica dove piazzare il pallone tra lo stupore di noi umani.
Saranno i suoi consigli a dargli la forza per riprendersi la sua vita, a ritrovare l’affetto della sua famiglia e a tirare fuori dai guai suo figlio cacciatosi in una brutta storia. I suoi dialoghi con Cantona, sulla vita, sul calcio, sull’amicizia, lo riporteranno ad avere di nuovo stima di sé stesso. Ma siccome nella vita non vali molto se non hai anche degli amici che ti stanno accanto e ti sostengono ecco che Eric organizza una grande spedizione di tre pullman di tifosi pronti ad aiutarlo per liberare il figlio da un ricatto subito dal boss della zona.
E’ un cinema che mi mette di buonumore quello di Loach, che mi aiuta a continuare ad avere fiducia negli altri e a guardare il calcio ancora come un gioco meraviglioso che unisce le persone invece che dividerle. Forse il senso sta tutto in una risposta che Cantona da ad Eric quando gli chiede quale sia stato il gol più bello che abbia realizzato. Non è stato un gol dirà Eric, ma un passaggio, un passaggio magico che permise ad un compagno appena entrato in campo di realizzare una rete che lo riportò a credere di nuovo in sé stesso. Che meraviglia quando il calcio ritorna ad essere poesia, come nei racconti di Osvaldo Soriano, nelle punizioni di Roberto Baggio o nelle pellicole di Ken Loach.
Presentato a Cannes e accompagnato da pareri quasi sempre positivi, questa pellicola è talmente impregnata della poetica di Loach da farne quasi un manifesto. L’amicizia, la solidarietà, la lotta contro i soprusi, un ottimismo inarrestabile che paradossalmente aumenta man mano che l’età avanza. Tutto il Loach che amo è dentro questo film con, in più, l’amore per il calcio. Il protagonista del film è Eric, postino di mezza età con tante scelte sbagliate alle spalle che lo hanno portato ad avere un’esistenza carica di rimpianti e una famiglia frantumata. Parla poco anche con i suoi amici con i quali divide pinte di birra e partite del Manchester United. Ma nel picco della sua malinconia un figura arriva nella sua stanza a parlare con lui e a farlo reagire. Questa figura è quella di Eric Cantona, grandissimo campione del Manchester degli anni Novanta. Uno di quei calciatori che fanno sognare i tifosi anche se stanno fermi in mezzo al campo ad aspettare che qualche divina ispirazione gli dica dove piazzare il pallone tra lo stupore di noi umani.
Saranno i suoi consigli a dargli la forza per riprendersi la sua vita, a ritrovare l’affetto della sua famiglia e a tirare fuori dai guai suo figlio cacciatosi in una brutta storia. I suoi dialoghi con Cantona, sulla vita, sul calcio, sull’amicizia, lo riporteranno ad avere di nuovo stima di sé stesso. Ma siccome nella vita non vali molto se non hai anche degli amici che ti stanno accanto e ti sostengono ecco che Eric organizza una grande spedizione di tre pullman di tifosi pronti ad aiutarlo per liberare il figlio da un ricatto subito dal boss della zona.
E’ un cinema che mi mette di buonumore quello di Loach, che mi aiuta a continuare ad avere fiducia negli altri e a guardare il calcio ancora come un gioco meraviglioso che unisce le persone invece che dividerle. Forse il senso sta tutto in una risposta che Cantona da ad Eric quando gli chiede quale sia stato il gol più bello che abbia realizzato. Non è stato un gol dirà Eric, ma un passaggio, un passaggio magico che permise ad un compagno appena entrato in campo di realizzare una rete che lo riportò a credere di nuovo in sé stesso. Che meraviglia quando il calcio ritorna ad essere poesia, come nei racconti di Osvaldo Soriano, nelle punizioni di Roberto Baggio o nelle pellicole di Ken Loach.
Sergio
Max Ophuls - Tutto finisce all'alba
Quando negli anni Cinquanta Francois Truffaut, ancora solo critico terribile dei Cahiers, prese la macchina per fare un lungo viaggio da Parigi fino alla Germania, si sentiva emozionato come poche volte gli era capitato in passato… andava a trovare uno dei registi che più amava, uno di quelli che quando mette in moto la macchina da presa riesce a restituirti le emozioni che una vita carica di stanchezza spesso non riesce più a darti. Andava ad intervistare Max Ophuls, uno dei più grandi registi europei del secolo scorso. Ebreo tedesco costretto a girare mezzo mondo per realizzare le sue opere e che anche nelle condizioni più difficoltose riusciva ad imprimere ai suoi film un tono maestoso e lirico. Non temeva di spingere a fondo il tasto del melodramma, la materia che in chiunque altro scadeva in patetismo estetizzante, in Ophuls diventava un trattato sui sentimenti umani degni di un Goethe prestato al cinema.
Succede così anche nel suo film del 1939 Tutto finisce all’alba (Sans lendemain) dove un pretesto abusato al cinema, quello di una donna che per riscattare la propria vita agli occhi del suo primo e unico amore decide di rischiare tutto ciò che ha, riesce a portarti in un universo di riflessioni sulla forza dell’amore, sulla capacità di abbandonarsi alle proprie illusioni anche quando sei consapevole che non porteranno a nulla. Edwige Feullière riesce a dare al proprio personaggio una forza carica di un dolore lancinante, la macchina da presa di Ophuls sembra danzare tanto è leggera e discreta. Anticipando temi che verranno approfonditi negli anni successivi, con capolavori come La ronde e Le plaisir, questo ritratto di una donna perduta merita di stare tra le vette più alte del cinema europeo di prima della guerra. In Ophuls sembrano sommarsi gli aspetti più riusciti del cinema di Jean Renoir e Marcel Carné, il realismo poetico a un livello ancora più alto, tanto alto da darti i capogiri… da renderti completamente senza forze quando, verso la fine del film, il personaggio di Evelyn dice seduta in un vecchio bar immerso nella nebbia. “Deve essere bello perdersi nella nebbia e scomparire, senza vedere nulla, senza ascoltare, senza pensare…”
Succede così anche nel suo film del 1939 Tutto finisce all’alba (Sans lendemain) dove un pretesto abusato al cinema, quello di una donna che per riscattare la propria vita agli occhi del suo primo e unico amore decide di rischiare tutto ciò che ha, riesce a portarti in un universo di riflessioni sulla forza dell’amore, sulla capacità di abbandonarsi alle proprie illusioni anche quando sei consapevole che non porteranno a nulla. Edwige Feullière riesce a dare al proprio personaggio una forza carica di un dolore lancinante, la macchina da presa di Ophuls sembra danzare tanto è leggera e discreta. Anticipando temi che verranno approfonditi negli anni successivi, con capolavori come La ronde e Le plaisir, questo ritratto di una donna perduta merita di stare tra le vette più alte del cinema europeo di prima della guerra. In Ophuls sembrano sommarsi gli aspetti più riusciti del cinema di Jean Renoir e Marcel Carné, il realismo poetico a un livello ancora più alto, tanto alto da darti i capogiri… da renderti completamente senza forze quando, verso la fine del film, il personaggio di Evelyn dice seduta in un vecchio bar immerso nella nebbia. “Deve essere bello perdersi nella nebbia e scomparire, senza vedere nulla, senza ascoltare, senza pensare…”
Sergio
Godfrey Reggio – Koyaanisqatsi
Da vecchio innamorato dei film di Kieslowski, ho sempre dato grande importanza ai piccoli gesti, alle strane coincidenze del fato che a volte sembra quasi ti voglia mettere alla prova facendoti scoprire o riscoprire frammenti del passato che pensavi ormai pieni di polvere. Quando pochi giorni fa ho scritto di Bela Tarr, partivo da una considerazione iniziale che si basava su una sensazione di disarmonia che notavo attorno a me, da lì arrivavo a riflettere su Werckmeister e sui suoi codici armonici, su Bela Tarr e la sua magia visiva. Non mi è sembrato strano, a seguito di ciò, scoprire qualche ora fa, l’uscita in cofanetto di due dvd di Godfrey Reggio: Koyaanisqatsi e Powaqqatsi.
Sono due film che alla fine degli anni Ottanta, contribuirono non poco a farmi capire come da uno spettacolo cinematografico si possa cambiare profondamente il proprio modo di vedere le cose. Queste due parole sono espressione della lingua indiana hopi e significano, la prima, una vita senza equilibrio (ecco che ritorna la disarmonia, la perdita di purezza) e la seconda la vita in trasformazione. Definire queste opere non è un lavoro molto semplice, non sono dei veri e propri film ma non sono neanche dei documentari. Opere visive senza dubbio ma anche straordinari capolavori sonori creati da un grandissimo Philip Glass. Per il regista Reggio e il musicista Glass era centrale l’idea di rappresentare lo stato di squilibrio in cui era arrivato il pianeta nel corso del proprio sviluppo, il decadimento folle e schizofrenico di un progresso senza più logica. Non è un caso che Koyaanisqatsi si apra con le immagini di graffiti primitivi e si chiuda con l’esplosione, qualche minuto dopo la partenza, della navetta spaziale Shuttle nel 1983, simbolo di rincorsa frenetica dell’uomo a spingersi sempre oltre anche quando gli strumenti a tua disposizione sono ancora limitati.
Questo film, al suo apparire fu considerato un meraviglioso affresco ecologista ma in realtà dietro alla, sia pur importante, constatazione di tragica sconfitta dell’uomo nei confronti del suo essere parte integrante e non esclusivo del mondo, ci sta un’ambizione ancora maggiore che è quella di provare a cambiare la percezione sensoriale che si ha dell’ambiente circostante. L’esperienza quasi onirica che si prova assistendo a quest’opera si sviluppa a livello inconscio in maniera così duratura che ancora adesso, a distanza di molto tempo riesco a ricordare le emozioni che provai alla prima visione. In questi ultimi vent’anni il progresso tecnologico è andato sempre più veloce e alcune associazioni visive all’interno della pellicola possono sembrare datate, ma la sublime bellezza di quest’opera rende ininfluenti certi inevitabili anacronismi. Guardando Koyaanisqatsi sembra di provare le emozioni del viaggio psichedelico kubrickiano in 2001, anche lì ci si perde in un turbinio di colori e dimentichiamo immediatamente che il film è del 1968. Perché quando un’opera non si ferma a livello della superficie ma si infila sottopelle non è più importante l’aspetto tecnico ma conta solo quello emozionale.
Koyaanisqatsi è un’esperienza prima di essere un film.
Sono due film che alla fine degli anni Ottanta, contribuirono non poco a farmi capire come da uno spettacolo cinematografico si possa cambiare profondamente il proprio modo di vedere le cose. Queste due parole sono espressione della lingua indiana hopi e significano, la prima, una vita senza equilibrio (ecco che ritorna la disarmonia, la perdita di purezza) e la seconda la vita in trasformazione. Definire queste opere non è un lavoro molto semplice, non sono dei veri e propri film ma non sono neanche dei documentari. Opere visive senza dubbio ma anche straordinari capolavori sonori creati da un grandissimo Philip Glass. Per il regista Reggio e il musicista Glass era centrale l’idea di rappresentare lo stato di squilibrio in cui era arrivato il pianeta nel corso del proprio sviluppo, il decadimento folle e schizofrenico di un progresso senza più logica. Non è un caso che Koyaanisqatsi si apra con le immagini di graffiti primitivi e si chiuda con l’esplosione, qualche minuto dopo la partenza, della navetta spaziale Shuttle nel 1983, simbolo di rincorsa frenetica dell’uomo a spingersi sempre oltre anche quando gli strumenti a tua disposizione sono ancora limitati.
Questo film, al suo apparire fu considerato un meraviglioso affresco ecologista ma in realtà dietro alla, sia pur importante, constatazione di tragica sconfitta dell’uomo nei confronti del suo essere parte integrante e non esclusivo del mondo, ci sta un’ambizione ancora maggiore che è quella di provare a cambiare la percezione sensoriale che si ha dell’ambiente circostante. L’esperienza quasi onirica che si prova assistendo a quest’opera si sviluppa a livello inconscio in maniera così duratura che ancora adesso, a distanza di molto tempo riesco a ricordare le emozioni che provai alla prima visione. In questi ultimi vent’anni il progresso tecnologico è andato sempre più veloce e alcune associazioni visive all’interno della pellicola possono sembrare datate, ma la sublime bellezza di quest’opera rende ininfluenti certi inevitabili anacronismi. Guardando Koyaanisqatsi sembra di provare le emozioni del viaggio psichedelico kubrickiano in 2001, anche lì ci si perde in un turbinio di colori e dimentichiamo immediatamente che il film è del 1968. Perché quando un’opera non si ferma a livello della superficie ma si infila sottopelle non è più importante l’aspetto tecnico ma conta solo quello emozionale.
Koyaanisqatsi è un’esperienza prima di essere un film.
Sergio
Giorgio Diritti - Il vento fa il suo giro
In attesa di ammirare la nuova opera di Giorgio Diritti "L'uomo che verrà".
Quando ci si prepara a vedere un film di cui non sai assolutamente nulla su trama e regista, mi succede ancora di sperare di scoprire qualcosa di inatteso che mi faccia uscire dalla proiezione con una soddisfazione mista a rimprovero per non avere scoperto prima l’esistenza di quella pellicola. Nove volte su dieci la speranza naufraga dopo qualche minuto di proiezione e la mente comincia a rimpiangere le pile di letture e visioni sicure lasciate in attesa sul comodino di casa. Ma quella volta che il miracolo si compie sei felice di scoprirti capace di andare ancora in giro alla ricerca di novità, anche se sei sotto ferragosto e il festival del cinema si svolge nella piazzetta del borgo marinaro di Torre Archirafi tra bambini che si rincorrono e giovani che bevono birre. Queste righe di preambolo per presentare l’atmosfera iniziale nella quale è iniziata la proiezione de “Il vento fa il suo giro” opera prima del regista Giorgio Diritti. Poi cala il silenzio, non senti più nessun rumore per tutta la durata del film se non quelli del sonoro della pellicola, non vedi (evento rarissimo in una proiezione gratuita in piazza) nessuno che abbandona il proprio posto durante la proiezione. Si viene a creare quella magia che ti ricordi solo il cinema riesce a creare nei suoi momenti più alti. Chissà quante persone non si sarebbero mai neanche sedute se avessero saputo che gran parte del film è con i sottotitoli essendo parlato per lunghi tratti in lingua occitana, la lingua degli abitanti delle valli piemontesi dove è ambientato la pellicola.
La storia di un montanaro francese che decide di abbandonare il suo paese per trasferirsi con la famiglia e le sue capre in un piccolo villaggio della Val Maira, Chersogno in provincia di Cuneo. C’erano tutte le premesse per assistere ad un esodo di massa dalla piazzetta marinara. E invece tutti rapiti da questa storia che diventa immediatamente interpretabile da tutti, nel tema dello straniero che arriva e cambia gli equilibri, che provoca paure e scatti malcelati di razzismo. Che ci fa sentire immediatamente capaci di riconoscerci in storie nostre, anche se viviamo a ridosso del mare e non comprendiamo una parola di lingua occitana. Eravamo lì a sentirci coinvolti da vittime e carnefici, da dispensatori di odio a vittime di diffidenza (e chi come noi siciliani riesce a riunire entrambe le anime di perseguitati e persecutori?). In questo film ogni episodio riesce a trasformarsi dal particolare (del luogo, della storia, dei personaggi che la interpretano) all’universale in un magico equilibrio di immagini. Non c’era bisogno di grandi nomi (quasi tutti gli attori sono abitanti del luogo), di spese produttive enormi per realizzare tutto questo. Di grandi storie è piena la vita afferma un grande vecchio del cinema, Manoel De Oliveira, basta stare con gli occhi aperti e guardarsi attorno.
Rientri a casa e inevitabilmente cominci a cercare qualcosa sulla pellicola e, tra le altre cose, scopri che in una piccola isola felice, il cinema Mexico di Milano, paradiso e inferno di film che non trovano un distributore che abbia il coraggio di proiettarti tra l’enorme spazzatura di blockbuster che ci sommerge, “Il vento fa il suo giro” è stato in programmazione per più di un anno. Dopo due giorni riesco a procurarmi casualmente il dvd (per chi di voi vorrà ammirarlo). Anche questa è la magia del cinema.
(agosto 2008)
Trailer
Quando ci si prepara a vedere un film di cui non sai assolutamente nulla su trama e regista, mi succede ancora di sperare di scoprire qualcosa di inatteso che mi faccia uscire dalla proiezione con una soddisfazione mista a rimprovero per non avere scoperto prima l’esistenza di quella pellicola. Nove volte su dieci la speranza naufraga dopo qualche minuto di proiezione e la mente comincia a rimpiangere le pile di letture e visioni sicure lasciate in attesa sul comodino di casa. Ma quella volta che il miracolo si compie sei felice di scoprirti capace di andare ancora in giro alla ricerca di novità, anche se sei sotto ferragosto e il festival del cinema si svolge nella piazzetta del borgo marinaro di Torre Archirafi tra bambini che si rincorrono e giovani che bevono birre. Queste righe di preambolo per presentare l’atmosfera iniziale nella quale è iniziata la proiezione de “Il vento fa il suo giro” opera prima del regista Giorgio Diritti. Poi cala il silenzio, non senti più nessun rumore per tutta la durata del film se non quelli del sonoro della pellicola, non vedi (evento rarissimo in una proiezione gratuita in piazza) nessuno che abbandona il proprio posto durante la proiezione. Si viene a creare quella magia che ti ricordi solo il cinema riesce a creare nei suoi momenti più alti. Chissà quante persone non si sarebbero mai neanche sedute se avessero saputo che gran parte del film è con i sottotitoli essendo parlato per lunghi tratti in lingua occitana, la lingua degli abitanti delle valli piemontesi dove è ambientato la pellicola.
La storia di un montanaro francese che decide di abbandonare il suo paese per trasferirsi con la famiglia e le sue capre in un piccolo villaggio della Val Maira, Chersogno in provincia di Cuneo. C’erano tutte le premesse per assistere ad un esodo di massa dalla piazzetta marinara. E invece tutti rapiti da questa storia che diventa immediatamente interpretabile da tutti, nel tema dello straniero che arriva e cambia gli equilibri, che provoca paure e scatti malcelati di razzismo. Che ci fa sentire immediatamente capaci di riconoscerci in storie nostre, anche se viviamo a ridosso del mare e non comprendiamo una parola di lingua occitana. Eravamo lì a sentirci coinvolti da vittime e carnefici, da dispensatori di odio a vittime di diffidenza (e chi come noi siciliani riesce a riunire entrambe le anime di perseguitati e persecutori?). In questo film ogni episodio riesce a trasformarsi dal particolare (del luogo, della storia, dei personaggi che la interpretano) all’universale in un magico equilibrio di immagini. Non c’era bisogno di grandi nomi (quasi tutti gli attori sono abitanti del luogo), di spese produttive enormi per realizzare tutto questo. Di grandi storie è piena la vita afferma un grande vecchio del cinema, Manoel De Oliveira, basta stare con gli occhi aperti e guardarsi attorno.
Rientri a casa e inevitabilmente cominci a cercare qualcosa sulla pellicola e, tra le altre cose, scopri che in una piccola isola felice, il cinema Mexico di Milano, paradiso e inferno di film che non trovano un distributore che abbia il coraggio di proiettarti tra l’enorme spazzatura di blockbuster che ci sommerge, “Il vento fa il suo giro” è stato in programmazione per più di un anno. Dopo due giorni riesco a procurarmi casualmente il dvd (per chi di voi vorrà ammirarlo). Anche questa è la magia del cinema.
(agosto 2008)
Trailer
Martin Scorsese - The last waltz
Martin Scorsese ha sempre amato la buona musica e il suo cinema è pieno di brani (soprattutto rock) che hanno fatto storia. Sono diversi i documentari che ha girato sui suoi artisti preferiti, “Shine a light” sui Rolling Stones del 2008, “No direction home” su Bob Dylan del 2005 ma è nel 1976 che, a mio giudizio, gira una delle sue opere musicali migliori: “The last waltz” storico concerto d’addio del leggendario gruppo “The Band” a San Francisco. Il film-concerto dura poco meno di due ore ed è una passerella incredibile di star, tutti musicisti che hanno avuto il gruppo come spalla durante la loro carriera: Joni Mitchell, Neil Young, Bob Dylan, Eric Clapton, Van Morrison, Muddy Waters e tanti altri. Nel film naturalmente si è dovuta fare una selezione. Quel giorno a San Francisco si cominciò a suonare alle cinque del pomeriggio e si finì oltre le due del mattino per una maratona musicale da ricordare.
Scorsese fa srotolare il film in maniera molto classica, intervallando ogni brano con interviste alla band ma il controllo che esercita sull’opera è totale. Decise lui stesso la scaletta del concerto e la scenografia del palco. Il risultato è un magico connubio tra immagini e musica che restituiscono il sapore di un magico periodo musicale purtroppo svanito. E’ bellissimo rivedere Joni Mitchell cantare Coyote nel momento più alto della sua carriera o riscoprire Dr. John mentre esegue Such a Night. E che dire del bellissimo finale nel quale tutti insieme cantano I shall be released? Si guarda e si ascolta il film e nel frattempo ripensi, con un pizzico di malinconia, a come quella musica abbia significato tanto nella vita di una generazione e di come a molti ragazzi di oggi quei nomi non dicono più niente. Anche Scorsese ebbe a dire che quel film rappresentava la fine di un’era.
Il vecchio rock se ne stava andando ma quella sera gridava ancora forte.
Scorsese fa srotolare il film in maniera molto classica, intervallando ogni brano con interviste alla band ma il controllo che esercita sull’opera è totale. Decise lui stesso la scaletta del concerto e la scenografia del palco. Il risultato è un magico connubio tra immagini e musica che restituiscono il sapore di un magico periodo musicale purtroppo svanito. E’ bellissimo rivedere Joni Mitchell cantare Coyote nel momento più alto della sua carriera o riscoprire Dr. John mentre esegue Such a Night. E che dire del bellissimo finale nel quale tutti insieme cantano I shall be released? Si guarda e si ascolta il film e nel frattempo ripensi, con un pizzico di malinconia, a come quella musica abbia significato tanto nella vita di una generazione e di come a molti ragazzi di oggi quei nomi non dicono più niente. Anche Scorsese ebbe a dire che quel film rappresentava la fine di un’era.
Il vecchio rock se ne stava andando ma quella sera gridava ancora forte.
Jean Renoir - Una gita in campagna
“Une partie de campagne è il poema di come si può amare alle tre del pomeriggio, forse per un attimo solo, forse per tutta la vita…”
Non mi piace pensare che il cinema si vada sempre più infilando in labirinti tecnologici dove l’emozione ti è permessa solo con gli occhialini 3D, non mi piace che il raccontare storie possa essere visto come di secondaria importanza rispetto a come esse vengono presentate dal punto di vista tecnico. Ho come una brutta sensazione che il virtuosismo e gli effetti speciali stiano peggiorando il cinema. Per questo ogni tanto mi piace rituffarmi tra le vecchie pellicole in bianco e nero, per risentire di nuovo il sapore delle emozioni vere, naturali e non drogate dalle post produzioni digitali.
Une partie de campagne (Una gita in campagna) di Jean Renoir fu girato in poche settimane nell’estate del 1936, rimase incompiuto per varie vicissitudini, ma nel 1946 venne montato dalla moglie del regista e presentato finalmente al pubblico. Nonostante l’incompiutezza, il dizionario britannico dei film “Time out” lo inserisce tra i 100 migliori film di sempre. Un giudizio assolutamente meritato. La storia è minima, tratta da una novella di Maupassant: una famiglia parigina, marito, moglie, suocera, figlia e futuro genero decidono di trascorrere una giornata in campagna tra déjeuner sur l’herbe e passeggiate romantiche lungo il fiume; due giovani del posto sono attratti dalle donne di città e iniziano il corteggiamento… Cosa rende una storia così semplice un capolavoro? Certo il nome di Renoir è già una garanzia sufficiente se poi aggiungiamo che i suoi assistenti sono Luchino Visconti e Jacques Becker e il direttore della fotografia è Henri Cartier-Bresson allora diventa tutto più chiaro. Le immagini sono talmente belle che sembrano uscite dal pennello del padre del regista (il grande Auguste Renoir). Come se Jean Renoir avesse deciso di farci vedere i luoghi reali che suo padre prediligeva come soggetto dei suoi quadri e a ciò aggiunga la magica grazia del movimento dei corpi, lo stridore tra il fascino della natura e la precarietà dell’essere umano. E’ una piccola storia ma dentro c’è così tanto dell’animo umano da riscoprire ad ogni visione nuovi particolari. Quanti registi, nei decenni successivi, si sono formati con queste immagini e quanta rabbia nel pensare che questi film non passano mai in televisione se non in qualche rarissima apparizione notturna. Ma in fondo è destino di chi ama il cinema essere come i cercatori di tartufi, costantemente alla ricerca…
Sergio
Non mi piace pensare che il cinema si vada sempre più infilando in labirinti tecnologici dove l’emozione ti è permessa solo con gli occhialini 3D, non mi piace che il raccontare storie possa essere visto come di secondaria importanza rispetto a come esse vengono presentate dal punto di vista tecnico. Ho come una brutta sensazione che il virtuosismo e gli effetti speciali stiano peggiorando il cinema. Per questo ogni tanto mi piace rituffarmi tra le vecchie pellicole in bianco e nero, per risentire di nuovo il sapore delle emozioni vere, naturali e non drogate dalle post produzioni digitali.
Une partie de campagne (Una gita in campagna) di Jean Renoir fu girato in poche settimane nell’estate del 1936, rimase incompiuto per varie vicissitudini, ma nel 1946 venne montato dalla moglie del regista e presentato finalmente al pubblico. Nonostante l’incompiutezza, il dizionario britannico dei film “Time out” lo inserisce tra i 100 migliori film di sempre. Un giudizio assolutamente meritato. La storia è minima, tratta da una novella di Maupassant: una famiglia parigina, marito, moglie, suocera, figlia e futuro genero decidono di trascorrere una giornata in campagna tra déjeuner sur l’herbe e passeggiate romantiche lungo il fiume; due giovani del posto sono attratti dalle donne di città e iniziano il corteggiamento… Cosa rende una storia così semplice un capolavoro? Certo il nome di Renoir è già una garanzia sufficiente se poi aggiungiamo che i suoi assistenti sono Luchino Visconti e Jacques Becker e il direttore della fotografia è Henri Cartier-Bresson allora diventa tutto più chiaro. Le immagini sono talmente belle che sembrano uscite dal pennello del padre del regista (il grande Auguste Renoir). Come se Jean Renoir avesse deciso di farci vedere i luoghi reali che suo padre prediligeva come soggetto dei suoi quadri e a ciò aggiunga la magica grazia del movimento dei corpi, lo stridore tra il fascino della natura e la precarietà dell’essere umano. E’ una piccola storia ma dentro c’è così tanto dell’animo umano da riscoprire ad ogni visione nuovi particolari. Quanti registi, nei decenni successivi, si sono formati con queste immagini e quanta rabbia nel pensare che questi film non passano mai in televisione se non in qualche rarissima apparizione notturna. Ma in fondo è destino di chi ama il cinema essere come i cercatori di tartufi, costantemente alla ricerca…
Sergio
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