martedì 1 aprile 2014

La vita di Adele - Abdellatif Kechiche


Dalla visione di un film che ha vinto la palma d’oro a Cannes ci si aspetta sempre tanto. Anche se hai sempre pensato che il regista, il franco tunisino Abdellatif Kechiche, sia sempre stato sopravvalutato rispetto alle sue capacità.
Con La vita di Adele ritengo si arrivi a un punto di non ritorno. Cercare di comprendere il perché quest’opera abbia riscosso un entusiasmo così elevato mi riesce francamente complicato. Il trattare in maniera visivamente forte il tema di un amore omosessuale mi sembra (per fortuna) ormai superato nel nostro presente così come le numerose scene di nudo che tanto scandalo hanno fatto alla presentazione del film e che sono state abilmente pubblicizzate per logiche commerciali.
Per quasi tre ore assistiamo alla formazione sentimentale della protagonista Adele (peraltro una bravissima e ancora poco nota attrice: Adele Exarchopoulos) che insoddisfatta dalle esperienze eterosessuali scopre di essere attratta dalle donne; la sua storia d’amore con Emma diventa il centro del film facendoci assistere alla presa di coscienza, fisica e mentale, di una ragazza alle prese con la conoscenza di sé. Nel film non succede niente di straordinario, nulla che non succeda quotidianamente a ogni essere umano adolescente nella formazione della propria identità e che lo porterà a scelte importanti per la propria crescita. E allora perché quello che succede ad Adele dovrebbe colpirmi in modo così profondo? Non sono capace di provare empatia o esiste qualcos’altro?
Più passa il tempo e più la penso come il maestro Hitchcock quando affermava che il cinema non è una fetta di vita ma una fetta di torta. Con ciò non voglio naturalmente affermare che non possa esistere altro modo di fare cinema ma che trasportare nel linguaggio cinematografico ciò che, per sua natura, è di stretta competenza della letteratura, non è operazione facile per chiunque. Nei corsi di sceneggiatura si impiega molto tempo a spiegare come una trama necessiti di un suo climax narrativo e costruire storie in cui gli eventi non progrediscono ha un coefficiente di difficoltà altissimo. Fare un racconto di formazione per immagini senza chiamarsi Eric Rohmer è un’operazione non alla portata di tutti e le, pur discrete, capacità registiche di Kechiche non sono di certo sufficienti a tale impresa.

Termini il film avendo l’impressione che questa storia non ti abbia dato niente di più rispetto a ciò che non conoscessi già sull'argomento. Basta aver vissuto e avere fatto buone letture per sapere che la vita di Adele non ha nulla di originale e non ti arricchisce da nessun punto di vista. Al cinema serve qualcosa di più per assolvere alla sua funzione culturale.

Sergio


martedì 4 marzo 2014

Ali Aydin - Muffa


In giornate di grida sguaiate e patriottici entusiasmi cinefili a dir poco imbarazzanti non è stato forse un caso imbattersi in una pellicola che mi ha confermato che i grandi film si realizzano ancora. E’ sempre più difficile trovarli, sommersi come sono da titoli di scarsa levatura ma di più immediato appeal. Da tempo non sentivo citare Fellini e Maradona (perché insieme? Non so ma non chiedetelo a me), icone di un passato glorioso e per molti aspetti rimpianto. Mi è allora ritornata in mente la frase con cui si chiude l’ultimo film del regista riminese La voce della luna: “Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…”. Il silenzio è importante, aiuta a riflettere, serve a capire meglio gli altri, e quando viene usato bene al cinema, con le immagini, i volti e le storie giuste riesce a comunicarti più di tante parole. Sarà per questo che mi porto sempre Buster Keaton nel cuore.

Muffa opera d’esordio del regista turco Ali Aydin è uno di quei film che ti entra dentro come solo le grandi opere riescono a fare. Lo fa rimanendo quasi in silenzio, con pochissimi dialoghi ma con un’espressività così potente delle immagini da farti quasi rimpiangere che sia stato inventato il sonoro al cinema. Il grande cinema turco ci ha abituato con le opere di Yilmaz Güney o Tevfik Başer a narrazioni essenziali. Niente orpelli registici o dialoghi di insopportabile pedanteria. Solo immagini potenti e parole quando servono. Da questa tradizione sembra uscire fuori il film di Aydin (premiato a Venezia con il leone del futuro nel 2012). La trama di Muffa è minima. Un uomo di mezza età, impiegato alle ferrovie, vive da solo dopo la morte della moglie e la scomparsa del figlio avvenuta diciotto anni prima in circostanze mai chiarite. Il senso delle sue giornate viene dato solo dalle sue incessanti richieste, sotto forma di lettere mensili, che l’uomo invia alle autorità per avere notizie sulle sorti del figlio. Come, grazie a una storia simile, si riesca a entrare dentro ad un universo di poesia e di alta riflessione sui rapporti umani è difficile dirlo. Il cinema è capace di questi miracoli quando si realizza con sincerità e con grande applicazione. Non è un cinema spontaneo, c’è più difficoltà a filmare una scena di solitudine di tre minuti che ti colpisce come un pugno, rispetto a un piano sequenza di un quarto d’ora che è solo sfoggio estetico. Ma questo spesso non è compreso da chi ha bisogno di grandi bellezze e di banalità profuse a piene mani. Per fortuna esiste un cinema diverso, va cercato faticosamente e poi condiviso con chi crede ancora alle emozioni che escono fuori dal volto di un uomo e non dalle giravolte di una cinepresa.

Sergio

venerdì 17 gennaio 2014

Woody Allen - Blue Jasmine


Risulta francamente impossibile avvicinarsi a una nuova pellicola di Woody Allen senza essere influenzato dalla sua incredibile carriera passata. Decine di capolavori fino ai primi anni Novanta e poi una deriva preoccupante che lo ha portato, soprattutto nell’ultimo decennio, a titoli francamente superflui (con la felice eccezione di Midnight in Paris).
Gli amanti di Woody Allen, anche senza conoscersi tra loro, sono molto simili agli adepti delle logge segrete della massoneria, si scambiano messaggi in codice sotto forma di vecchie battute dei suoi film e dalla reazione che suscitano capiscono chi fa parte del proprio gruppo. Proprio per il triste declino che il nostro regista ha conosciuto negli ultimi anni, diventano sempre più sfuggenti ed ermetici. Alla domanda se si è visto il suo ultimo film, spesso ti dicono che non ne hanno avuto ancora il tempo (per evitare di dire qualcosa di spiacevole) però, proprio il giorno prima, casualmente, hanno recuperato il dvd di Io e Annie o Manhattan e via con gli elogi…
Con questo, ormai classico metodo di avvicinamento, mi sono accostato al suo ultimo film, Blue Jasmine, pellicola numero quarantaquattro nella carriera alleniana. Il volto della bravissima Cate Blanchett  che risalta sul manifesto del film sembra promettere bene. Paragonata alla bellezza da bambola di Scarlett Johansson la differenza è enorme. Per nostra fortuna.
L’ambientazione non newyorchese della pellicola, girata in gran parte a San Francisco, sembra ribadire la costante del Woody degli ultimi anni abituato a vagare per le città, soprattutto europee, alla ricerca di quell’ispirazione che solo la grande mela e delle volte Parigi gli hanno dato in passato. Ma in questo film New York è più che presente, perché da lì proviene la nostra protagonista che si porta dietro un matrimonio finito e una vita andata a rotoli dopo l’arresto e il suicidio del marito truffatore. Jasmine/Blanchett arriva nella città californiana per ricominciare da zero, ospite della sorella, diversissima da lei e unica persona che può aiutarla a ricostruire la sua vita.

Quando in un film di Allen ti accorgi che dopo la prima mezz’ora di visione non hai ancora fatto un sorriso, le peggiori paure si impossessano in noi adepti alleniani. Pensi di ripiombare in quegli incubi fintamente “alti” di Match Point. Riproposizione delle solite tematiche di aristocratici in crisi con relativo bagaglio psicoanalitico da decifrare. Ma mentre inizi a pensare alle scuse da dire sull’ultimo film di Woody che non hai ancora visto ecco che la storia prende quota come un vecchio motore che sbuffa all’inizio e poi fila via in maniera impeccabile. Blue Jasmine non ha nulla delle commedie tipiche di Allen ma è distante anni luce anche dalle ambiziose e deludenti opere che il regista americano ci ha purtroppo regalato nell’ultimo decennio. La sontuosità dell’interpretazione di Cate Blanchett è sicuramente decisiva nel rendere credibile la pellicola e farci provare una grossa empatia per il personaggio di Jasmine incapace di rifarsi un’esistenza libera dalle macerie del suo passato. Ma anche la scrittura e la regia di Allen sono importanti perché in questo film (finalmente è il caso di dire) il nostro Woody si ricorda di assecondare i suoi personaggi piuttosto che le proprie ossessioni. Intendiamoci, Jasmine è in pieno un personaggio alleniano, per come si muove, per come parla, per il mondo da cui proviene ma non si ha mai la sensazione che ciò che vedi sia la stanca ripetizione di ciò che hai visto (meglio) qualche decina di film fa. Il suo tentativo disperato di riprendersi la propria vita in una città che non conosce e in mezzo a persone mai viste appare credibile e assolutamente in linea con la caratterizzazione del personaggio. Certo non possiamo fare paragoni con titoli come Un’altra donna (anno di grazia 1988) ma la boccata d’aria che il vecchio Woody ci regala è notevole. Alla fine posso dirlo, quando esce un nuovo Allen state certi che noi fanatici il film lo vediamo subito.

Sergio

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venerdì 10 gennaio 2014

Matteo Garrone -Reality


Mi ero ripromesso, dopo avere parlato de La grande bellezza, che avrei ricominciato a scrivere di un film italiano solo per sottolinearne gli aspetti positivi. Dopo numerose visioni che mi hanno lasciato abbastanza perplesso (come gli ultimi titoli di Bertolucci, Soldini e Paolo Franchi) ho dovuto ripiegare su un classico come Viaggio in Italia di Rossellini per risentire un po’ di sano orgoglio cinefilo nazionale. Ma questo non era sicuramente sufficiente a ripagare l’amarezza data da un paese che sembra ormai avere adeguato il livello della sua cultura cinematografica a quello dell’estetica televisiva. Sceneggiature sciatte (o insopportabilmente pompose), tecnica sempre più ridondante e recitazione spesso sopra le righe. In mezzo a tanta desolazione abbiamo ancora, per fortuna, qualche autore che prosegue il suo percorso artistico rimanendo fedele alla sua idea iniziale di cinema che possa servire a raccontare il presente in modo critico, mai ruffiano e capace di utilizzare il mezzo cinematografico in modo serio, come un bravo artigiano che conosce bene i suoi strumenti di lavoro e sa quando deve renderli protagonisti e quando invece deve nasconderli per mettere in risalto la storia che racconta. Mi riferisco a Matteo Garrone regista italiano venuto fuori negli anni Novanta con titoli importanti come Terra di mezzo e L’imbalsamatore e poi confermatosi ad alti livelli con opere come Primo amore e il suo ultimo recente Reality. Sembra abbastanza singolare che per trovare un film che non si abbassi al livello dello sceneggiato televisivo da prima serata bisogna vedere un film che, sin dal titolo, rimandi in maniera diretta a ciò che più televisivo non potrebbe essere, il reality e quel grande fratello che è riuscito ad elevare a modello comportamentale personaggi che, in una società appena più normale della nostra, meriterebbero il più completo disinteresse (se non qualche rimbrotto e il consiglio di andare a leggersi qualche libro).
Garrone è un regista attento alle mutazioni della nostra società, qualcuno ha detto che il suo film è arrivato fuori tempo massimo per il fatto che il fenomeno mediatico del grande fratello non gode più dell’entusiasmo di qualche anno fa. Ma per Garrone non è tanto il format televisivo in questione il centro della storia, ma cercare di capire come la nostra società è cambiata nel corso degli ultimi anni facendoci diventare schiavi di un meccanismo perverso per cui l’apparire, sempre comunque e in ogni modo, è il solo metro di paragone per ritenersi vivi e facenti parte di una comunità. Metro di crescita dell’individuo non è più la capacità di elevarsi culturalmente o riuscire a indicare ai propri figli stili di vita sani e solidali, ma riuscire a farsi notare in un mondo sottosopra dove non conta più se fai la figura dell’idiota perché in mezzo a tanti idioti si capovolge, come in un carnevale, il senso del giudizio è idiota appare l’unico sano.

Luciano, il protagonista del film di Garrone, mette a repentaglio la propria famiglia e la propria esistenza nel sogno folle di partecipare a un programma televisivo che potrebbe significare l’inizio di una nuova vita. Garrone ci presenta Luciano non come una scheggia malata della società ma, semplicemente, come un elemento più debole degli altri che perde la testa dietro ad una illusione che però non è vista come tale dagli altri. Nessuno mette in discussione il fatto che la partecipazione al grande fratello potrebbe veramente significare un punto di arrivo nella vita di un uomo. Ed è probabilmente questo l’aspetto più inquietante del film di Garrone, la nostra società ha completamente capovolto i valori di riferimento e chi non la vede così diventa quasi un alieno. In questo senso diventa magistrale l’idea del regista di aprire e chiudere il film con due movimenti di macchina opposti. All’inizio la macchina da presa arriva dal cielo e si avvicina progressivamente alla città mentre alla fine si allontana progressivamente dal primo piano del protagonista per raggiungere nuovamente le stelle. Ed è bellissimo notare come Garrone si ricordi la grande lezione dei maestri del cinema che sottolineavano gli aspetti tecnici solo quando erano funzionali al racconto e non perché dovevano servire a sottolineare le capacità tecniche del regista. Come diceva Orson Welles la tecnica la puoi imparare in qualche settimana di studio ma la capacità di sapere raccontare ciò che ti sta attorno richiede molto più sacrificio e studio. In Italia questo insegnamento si è quasi del tutto perso ma per fortuna il cinema di Garrone ci da ancora qualche speranza.    

Sergio

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lunedì 6 gennaio 2014

Carlos Saura - Io, Don Giovanni


I rapporti tra l’opera e il cinema sono da sempre stati intensi e pieni di accostamenti spesso nobili. Grandi maestri del cinema si sono misurati nel passato con il ricco repertorio operistico. Abbiamo avuto chi, come Werner Herzog, ha preferito curare esclusivamente la regia a teatro di opere come La donna del lago di Rossini scindendo il mezzo cinematografico da quello musico teatrale. Di contro registi come Joseph Losey o Ingmar Bergman hanno inserito nella loro filmografia delle vere e proprie trasposizioni operistiche (il Don Giovanni per il regista inglese e Il flauto magico per il maestro svedese). In ogni caso non è sicuramente sbagliato affermare che il ricco patrimonio musicale e narrativo presente nella letteratura operistica ha esercitato un enorme fascino su molti grandi registi cinematografici.
Da amante del cinema, ma non esperto di musica d’opera, ho sempre avuto un certo timore nell’esprimere un giudizio sugli adattamenti cinematografici delle grandi opere liriche. I soli strumenti del critico cinematografico mi sono sempre sembrati insufficienti per valutare la complessità di un linguaggio musicale così ricco come, ad esempio, quello mozartiano.

Con questo mio solito timore mi sono avvicinato alla visione di “Io, don Giovanni” di Carlos Saura, grande maestro del cinema spagnolo che però negli ultimi anni sembrava in fase discendente. Saura aveva già trasposto al cinema la Carmen di Bizet realizzando un’opera di grande fascino ma che richiedeva una competenza e un amore preciso per la musica d’opera per potere essere apprezzata fino in fondo. La piacevolissima sorpresa che ho invece avuto guardando questa ennesima riproposizione mozartiana sta nel fatto che, in questo caso, il cinema non arretra di fronte alla nobiltà della musica e del libretto ma è a pieno titolo protagonista dell’opera con pari dignità e rivendicando (forse) un certo predominio. Mentre fino ad ora avevo visto delle opere cinematografiche che (per quanto curate) erano degli accompagnamenti rispettosi delle opere, con questo film Saura ci racconta la genesi dell’opera di Mozart a partire dall’arrivo di Da Ponte a Vienna e del suo ingresso nella corte viennese dell’epoca. Così facendo il regista spagnolo compone (è proprio il caso di dirlo) un’opera di perfetto equilibrio tra linguaggio cinematografico e musicale. Impossibile dire se predomini il cinema o la musica e questo permette a chi non ha grandi conoscenze musicali di apprezzare le arie che Saura inserisce in un incastro equilibratissimo di narrazione filmica e operistica. Il racconto dell’amicizia tra Da Ponte e Mozart cammina di pari passo con le prove della messinscena del Don Giovanni facendoci gustare i due racconti paralleli senza farci sentire irrimediabilmente a disagio per le nostre non eccelse conoscenze musicali. Le curatissime scenografie e la splendida fotografia curata da Vittorio Storaro contribuiscono in maniera decisiva per regalarci un film che credo possa mettere tutti d’accordo, cinefili e melomani, nel godimento di un’opera che sintetizza al meglio le grandi capacità espressive di ogni mezzo.

Sergio

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domenica 8 dicembre 2013

Viaggio in Italia - Roberto Rossellini



Quando nel 1953 il film di Roberto Rossellini Viaggio in Italia fece la sua apparizione, i giudizi furono quasi tutti negativi. Gli unici ad avere compreso che dietro quella pellicola il cinema stava compiendo un passo enorme verso le sue potenzialità massime, furono i ragazzi terribili che lavoravano alla redazione dei Cahiers du cinéma. Giovani critici che ancora non avevano realizzato film ma dopo qualche anno avrebbero dato vita ad una nuova rinascita dell’arte cinematografica. I suoi nomi sarebbero poi diventati familiari per ogni appassionato di cinema: François Truffaut, Jean Luc Godard, Jacques Rivette. Quest’ultimo ebbe a scrivere “Con l’apparizione di Viaggio in Italia tutti i film sono improvvisamente invecchiati di dieci anni”.
Nel 1953 la breve e intensissima stagione neorealista era ormai conclusa e Rossellini, assieme agli altri autori che resero grande il cinema italiano, continuava il suo percorso artistico da una posizione assolutamente personale che avrebbe definitivamente distanziato il suo cinema da quello di Visconti o De Sica. Già con Stromboli, nel 1949, Rossellini era riuscito a dare alla Bergman un ruolo magnifico esaltando quel dissidio esistente tra la sua figura di donna straniera, algida e moderna, e l’interno di un panorama culturale chiuso e soffocato come era l’isola eoliana. Il magnifico finale del film quando la Bergman si lasciava rotolare lungo il declivio del vulcano implorando un’unione mistica con l’assoluto è una delle immagini più forti che il cinema rosselliniano ci abbia regalato. Viaggio in Italia porta alla perfezione assoluta il discorso iniziato con Stromboli. Una coppia di inglesi, benestanti e non più giovanissimi, si recano a Napoli per risolvere una questione amministrativa. Il loro viaggio segnerà però la messa a nudo del loro rapporto privato. Fuori dalle certezze date dal loro ambiente di provenienza dove il lavoro e lo status sociale servono da corazza all’analisi della propria intimità, l’arrivo in una Napoli distante e incomprensibile, segna l’inizio di un percorso interiore che li porterà alla separazione e poi, forse, ad un nuovo riavvicinamento. La Napoli di Rossellini, come Stromboli di qualche anno prima, rappresenta il legame dell’uomo con la terra, con tutto ciò che essa possiede di ancestrale e che ci lega al nostro io più profondo e misterioso. Per condurci all’interno di questo mondo, Rossellini ci guida attraverso i luoghi maggiormente carichi di tradizione del mondo napoletano, dal cimitero delle Fontanelle all’antro della Sibilla Cumana, dalle rovine di Pompei alle solfatare di Pozzuoli. Attraverso ognuna di queste tappe il personaggio femminile, interpretato ancora una volta da un Ingrid Bergman inarrivabile per bellezza e bravura, avverte sempre più l’angoscia data dall’avvicinamento a quel mondo atavico mai conosciuto prima. Un grado nuovo di conoscenza, quasi una scoperta antropologica quella nella quale Rossellini ci immerge. Alla fine di questo viaggio, e proprio nel mezzo di una processione popolare, i protagonisti non saranno più gli stessi di prima.
Il cinema come viaggio dentro l’anima dell’uomo per scoprire quanto forte e devastante sia stato per l’essere umano il distacco dalla terra, sia pure misteriosa e inconoscibile, per affidarsi alla sola fredda ragione. Rossellini ci da i brividi che solo la grande arte riesce a comunicarci quando ci mette di fronte all’infinito. Pensare che dopo qualche tempo dalla realizzazione di questo film lo stesso autore partì per un lungo viaggio verso l’India per un viaggio alle origini dell’uomo, ci fa comprendere ancora di più quanto sincero fosse il percorso dell’autore italiano che ritornò da quel viaggio trasformato sia dal punto di vista privato che artistico.

Il giorno che film come questi saranno proiettati regolarmente nelle scuole, o alla televisione, potremmo avere qualche speranza che il cinema italiano possa ritornare ad essere grande e a regalarci nuovi brividi (e non solo quelli d’orrore che troppo spesso ci dona nel presente).

Sergio





venerdì 6 dicembre 2013

Il caso Kerenes - Calin Peter Netzer



Non si contano più le lezioni di cinema che arrivano negli ultimi anni dalla Romania. Possiamo affermare che, dopo la grande novità del cinema iraniano e di quello coreano negli ultimi decenni del secolo scorso, sia ormai la Romania il paese che è riuscito a tradurre il reale contemporaneo in opere cinematografiche di grandissimo spessore come probabilmente nessuna altra scuola mondiale attualmente realizza.
 Un altro grande film, orso d’oro a Berlino 2013, quello di Calin Peter Netzer “Il caso Kerenes”. Riuscire a coniugare in un’opera cinematografica il piano privato a quello pubblico non è mai impresa facile. Riuscire a farlo parlando di un paese pieno di contraddizioni e di ancora fresca nascita “democratica” come la Romania è, probabilmente, ancora più complicato.
Calin Netzer racconta una storia semplice pur se calata in una dimensione dolorosa. Una famiglia dell’alta borghesia romena, vive la quotidianità in maniera non molto dissimile da quell’occidente europeo per anni desiderato. Tra infedeltà coniugali più o meno velate, intrallazzi politico economici che sono vissuti come la norma e feste dove trionfa il kitsch, si fatica a credere che la Romania (o almeno una sua parte) sia riuscita ad integrare in così pochi anni, il peggio della sotto cultura che noi italiani siamo riusciti ad esportare. Probabilmente non è neanche un caso che la musica che i personaggi del film ascoltano è sempre italiana a riprova di una colonizzazione dell’immaginario che ha dato i suoi tristi risultati. In mezzo a questa amena quotidianità deflagra un giorno la tragedia; un ragazzino di quattordici anni viene investito ed ucciso dal figlio di una delle protagoniste del film. Inizia allora lo squallore dei tentativi della famiglia per evitare la condanna del figlio, testimonianze finte, tentativi di corruzione verso i poliziotti che si occupano del caso e discesa in campo di tutte le possibili amicizie influenti. In un trionfo di cinismo non rimane più un briciolo di umanità in personaggi che si muovono come robot. Ma il dolore è un sentimento troppo forte per essere nascosto a lungo. La tragedia del povero ragazzo entra gradualmente nelle vite di plastica dei protagonisti fino a costringerli a fare i conti con dei sentimenti nuovi. Il dovere delle scuse alla famiglia vittima della tragedia, da fastidioso impegno necessario a preservare da pericolose denunce, diventa il confronto tra due culture del paese, quella rimasta ancorata a valori semplici ma inattaccabili come la dignità e l’onestà e quella che invece ha perso la propria anima nella rincorsa a quei valori posticci riflessi da un occidente malato attraverso (probabilmente) gli schermi televisivi.

Netzer riesce a fare grande cinema senza usare grandi mezzi produttivi. Un cinema fatto di idee, di poesia, di sensibilità. Pieno di tutti quegli ingredienti di cui il cinema italiano era ricco fino a qualche decennio fa. Il cinema rumeno ci da una lezione morale, quasi rosselliniana nella sua intransigenza. A noi non resta che guardarlo con ammirazione e sperare che possa portare i suoi frutti anche in una cinematografia nostrana insopportabilmente piena di grandi tecnici e pochissimi narratori.

Sergio

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