lunedì 21 novembre 2011

I 400 colpi - François Truffaut


Il caso ha voluto che, mentre mi accingevo a mettere giù qualche riga sull’ultimo film di Laurent Cantet (Entre les murs), la tv mandasse in onda quell’inarrivabile capolavoro di Truffaut; a quel punto non restava che mollare tutto, piazzarsi davanti allo schermo e ritornare bambina per dormire in una tipografia, falsificare giustificazioni e assistere ad uno spettacolo di marionette insieme ad Antoine. Il caso ha voluto, inoltre, che i due film avessero interessanti punti di contatto, ma, mentre il film di Cantet si focalizza sul ruolo delle istituzioni scolastiche contemporanee e sul loro complicato rapporto con studenti problematici, il film di Truffaut è uno spiazzante viaggio di crescita e ribellione; e qui crescere vuol dire sporcarsi le mani in prima persona, sbandare, commettere errori, rompere gli schemi imposti delle istituzioni, scolastiche e familiari in primo luogo. A un’infanzia mutilata o, addirittura, negata corrisponde l’incessante bisogno di “farsi da soli” per dimostrare di valere qualcosa;  per Antoine, al quale “non riesce d’imparare” tra i banchi di scuola o le mura domestiche, ciò che è importante è apprendere le leggi della strada o chiudersi in un cinema per trovare la propria dimensione.
Dietro quest’incessante bisogno di crescita e maturità, si nasconde, però, la necessità di essere apprezzato e ben voluto dalle persone emotivamente più vicine, perché in fondo sempre di un bambino si tratta. La lotta di Antoine è, in primo luogo, una lotta interiore tra la propria anima-bambina e l’anima-adulta, è un rimanere in bilico tra il bisogno di innocenza e inconsapevolezza e la fame di conoscenza. 
Le scene in cui Antoine sorride (decisamente poche) sono quelle in cui gli è permesso rimanere bambino; un gelato dopo il cinema o una mattina passata in un luna park rappresentano tutto ciò di cui ha bisogno. E’ quando invece si ostina a giocare a fare l’adulto che l’intera situazione si complica e non c’è spazio per le punizioni da bambini, ma sono le leggi dei grandi a valere.
Ciò che spiazza è come tale condizione non sia percepita e riconosciuta da nessuno, fuorché da un suo coetaneo, il quale diventa l’unica ancora di salvataggio. I due piccoli uomini si sostengono a vicenda quando tutte le porte sono state chiuse e le chiavi gettate. Per questo quella scena finale, quella disperata corsa che porta al mare (mai visto da Antoine) ha una sapore diverso, di speranza.
Quella corsa che altro non è che il filo rosso che lega l’età dell’infanzia a quell’enorme distesa di acqua che è il diventare grandi.
La vita di Antoine e quella di Truffaut, in questo modo, sembrano fondersi insieme.
La grande capacità del maestro francese sta nell’aver saputo dipingere in maniera così cruda, ma allo stesso tempo delicata e leggera, quel momento di passaggio, così duro e necessario, dall’età dell’innocenza al tempo della consapevolezza e della maturità.

E proprio questo film rappresentò per me, la prima volta che lo vidi, quel momento di passaggio, di consapevolezza, di crescita interiore; è stata una delle prime pietre di quell’edificio che cerco ancora di costruire giorno dopo giorno.

Vi lascio con due scene
Scena marionette
Scena finale

Valeria

giovedì 17 novembre 2011

Stefano Incerti - Gorbaciof


Ci sono dei film che non puoi immaginare di realizzare se non hai a disposizione un interprete all’altezza. Un attore che riesca a dominare anche il più impercettibile movimento delle sopracciglia per metterlo al servizio del personaggio. Io che sono sempre stato (abbastanza) d’accordo con sir Alfred Hitchcock (che alla domanda di alcuni suoi attori su come potessero riuscire a trovare le giuste motivazioni del personaggio rispondeva “nella paga che le viene data”), riesco ancora a ricredermi quando ammiro sullo schermo probabilmente il più grande attore che abbiamo attualmente in Italia, Toni Servillo.
Nel film Gorbaciof di Stefano Incerti, regista eterna promessa del panorama italiano capace di un esordio miracoloso con Il verificatore e poi abbastanza discontinuo nelle opere a seguire, tutto è studiato per permettere a Servillo di regalarci una delle sue più grandi prove attorali della carriera (secondo me superiore anche a Il divo). Il Gorbaciof del titolo è Marino Pacileo, ragioniere napoletano in servizio nel carcere di Poggioreale dove tiene la contabilità dei soldi che i parenti dei reclusi portano ai loro congiunti. Tutti lo chiamano Gorbaciof per quella strana voglia sulla fronte che ricorda l’ultimo presidente sovietico. Gorbaciof-Servillo trascorre le sue giornate tra il lavoro e il retrobottega di un ristorante cinese dove dilapida tutto in infiniti tavoli di poker,il vizio del gioco lo consuma facendolo continuamente perdere denaro in ogni modo possibile. Questo lo porta inevitabilmente a essere attratto dalla grande quantità di denaro che gli passa tra le mani nel suo luogo di lavoro e a cacciarsi in guai più grandi di lui. Ma Gorbaciof è in fondo un uomo buono, solitario, taciturno, timido e riesce ancora a sognare nonostante il grigiore dell’ambiente che lo circonda (una Napoli fotografata in modo magistralmente grigia nei suoi vicoli ormai multietnici). Una donna (la figlia del ristoratore cinese dove Gorbaciof gioca a carte) sarà naturalmente la tentazione che lo porterà a passi forse troppo azzardati. In questo film si parla pochissimo ma è tutto tranne che un film lento, Servillo riesce a dare uno spessore tale al personaggio da rimanere affascinati di fronte a tale bravura; i dialoghi, quando ci sono, non aggiungono moltissimo al film (oppure sono incomprensibili perché fatti in cinese o in un napoletano per esperti).
Alla fine della visione provi un leggero disagio dato dal fatto che, con un pò di accortezza in più in fase di scrittura, questo film poteva diventare un vero e proprio capolavoro e invece alcune leggerezze (soprattutto nel finale) lo faranno ricordare di più per l’immensa prova di Servillo che, comunque,non è poco.
Sergio

Trailer

sabato 5 novembre 2011

V per Vendetta - James McTeigue



C'è molto più della carne sotto questa maschera. C'è un'idea, e le idee sono a prova di proiettile...

Il misterioso V, nascosto dietro la maschera sorridente di Guy Fawkes, noto cospiratore inglese, membro della congiura, scoperta e repressa il 5 novembre del 1605, ai danni di Giacomo I D’Inghilterra, approda sul grande schermo e ci esorta alla ribellione.
Ed ecco che V ritorna a pareggiare i conti ben 604 anni dopo, in un futuro apocalittico e repressivo, in cui le autorità governative controllano e dominano ogni aspetto della vita sociale, così come le coscienze individuali, grazie all’audace e al furbo utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa.
Tralasciando le scelte tecniche e stilistiche e le qualità narrative che sono senza dubbio di altissima qualità e contribuiscono a rendere l’opera un piccolo capolavoro, è sicuramente il versante emotivo ad essere così trascinante ed impetuoso.
Ogni gesto, ma soprattutto ogni parola, del nostro misterioso anti eroe sono una lama che trafigge lo stomaco, sono un pugno in pieno volto, una secchiata di acqua gelida che ci fa spalancare gli occhi e ringhiare; parole crude e dirette che ci svegliano da un cattivo sogno in cui da troppo tempo siamo intrappolati.
V ci esorta a riprenderci quello che è nostro e che da troppo tempo ci è negato, la nostra libertà; e per far questo bisogna rimuovere alla radice l’ordine vigente, sradicare il marcio su cui poggia e riposa, tranquilla e felice, la società moderna che ci logora giorno per giorno.
Non serve a niente continuare a fingere di vivere un’esistenza appagante e felice, in cui quel poco che ci viene concesso basta (e addirittura avanza) alla vita, non ha senso continuare a negare che in fondo una realtà migliore possa esistere. Se prima non svegliamo le nostre coscienze, da troppo tempo anestetizzate e sorde, non possiamo pretendere di meritare di meglio.

"perché mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere perché esse sono il mezzo per giungere al significato e per coloro che vorranno ascoltare all'affermazione della verità...e la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese"

Non limitiamoci a vivere da zombie sullo sfondo di una realtà mistificata e deturpata, in cui le nostre idee, i nostri valori e le nostre individualità sono violentate senza pietà dai signorotti del potere, ma marciamo verso il rinnovamento. Verso la rivoluzione.
Noi siamo il principio del cambiamento, noi siamo il futuro. E allora non lasciamo che le mie parole, come quelle di V e di Guy Fawkes, rimangano solo “belle parole”. Svegliamoci!
Ecco perché “V per Vendetta” è un film di un’attualità disarmante, fotografa la nostra situazione sociale e la pone davanti ai nostri occhi senza nessuno scrupolo; fa male in ogni singola scena perché ci mostra lo sfracello quotidiano di cui siamo protagonisti e spettatori.
Non ci resta, così, che alzarci e preparare il nostro 5 novembre.


Valeria

mercoledì 2 novembre 2011

Pier Paolo Pasolini (02-11-1975 / 02-11-2011)

Ci sono dei periodi nei quali l’assenza di qualcuno, o di qualcosa, diventa più forte. Amplificata da un senso di vuoto che quella presenza nel passato contribuiva a colmare. Il 2 novembre del1975 veniva brutalmente ucciso Pier Paolo Pasolini in circostanze che purtroppo non sono mai state chiarite totalmente. La figura di Pasolini per la cultura italiana degli ultimi decenni è stata talmente importante che risulta superfluo pensare di discuterla.
Un intellettuale completo, presente in quasi tutti i campi della produzione artistica e pienamente figlio del proprio tempo. Con le sue opere, letterarie e cinematografiche,  con i suoi articoli, con i suoi studi ci ha permesso di capire la società italiana come pochi altri. Riusciva a vedere talmente lontano da essere ancora oggi, a quasi quarant’anni dal suo assassinio, una figura attualissima. Questa sua attualità ci fa sentire in maniera ancora più forte la sua assenza. La  nostra società viaggia su parametri etici, politici e culturali talmente bassi da farci quasi provare vergogna e guardandoci attorno è veramente complicato trovare una voce all’altezza. Il nostro mondo culturale si è quasi ritratto di fronte allo scempio della società italiana attuale rendendoci drammaticamente orfani di figure che, come quella di Pasolini, non avevano nessun timore di entrare quasi quotidianamente nei dibattiti sulle questioni più importanti della vita del paese.
Pasolini ci manca,con le sue contraddizioni, con i suoi furori, con la sua rabbia e la sua capacità di vedere cosa stavamo diventando. In questo spazio, prevalentemente cinematografico,  è naturalmente impossibile tratteggiare in maniera adeguata la figura di Pasolini e allora, in poche righe, vorrei che ci possa ritornare la voglia di studiarlo, di apprezzarlo per ciò che ci ha lasciato in eredità. Se oggi dovessi iniziare a far vedere qualcosa di Pasolini a chi non lo ha mai conosciuto, inizierei con La ricotta, episodio di un film collettivo del 1963 (Ro.Go.Pa.G). Per quel film Pasolini fu processato e condannato per vilipendio della religione cattolica, fu costretto ad inserire alcuni cambiamenti e a subire degli attacchi ferocissimi. Oggi i film di Pasolini li trovi comodamente tra gli scaffali delle edizioni paoline a conferma del fatto che il vero artista vede lontano e che quella che allora sembrava una provocazione (ma solo nella malafede di quella borghesia bigotta che sta(va) al potere) non era altro che uno dei capolavori della cinematografia italiana. Dirà Pasolini a proposito di questo film: “L'intenzione fondamentale era di rappresentare, accanto alla  religiosità dello Stracci, la volgarità ridanciana, ironica, cinica,  incredula del mondo contemporaneo. Questo è detto nei versi miei,  che vengono letti nell'azione del film [...]. Le musiche tendono a  creare un'atmosfera di sacralità estetizzante, nei vari momenti in cui gli attori si identificano con i loro personaggi. Momenti interrotti  dalla volgarità del mondo circostante. [...] Col tono volgare, superficiale e sciocco, delle comparse e dei generici, non quando si identificano con i personaggi, ma quando se ne staccano, essi vengono rappresentare la fondamentale incredulità dell'uomo moderno, con il quale mi indigno. Penso ad una rappresentazione sacra del Trecento, all'atmosfera di sacralità ispirata a chi la rappresentava e a chi vi assisteva. E non posso non pensare con indignazione, con dolore, con nostalgia, agli aspetti così  atrocemente diversi che una sì analoga rappresentazione ottiene  accadendo nel mondo moderno”.
Quando vidi per la prima volta questo film ne rimasi profondamente colpito e da lì inizio il mio viaggio verso la conoscenza di Pier Paolo Pasolini. Oggi guardavo i programmi delle tv alla ricerca di un piccolo ricordo a uno degli uomini più importanti della nostra cultura ma, naturalmente, nulla è presente. E allora andiamocela a prendere noi quella capacità di indignarci, a saziare quella sete di conoscenza che a molti non fa comodo riconoscerci. Per fortuna la tecnologia ci aiuta e adesso, per sapere, non è richiesto molto sforzo. Solo un po’ di curiosità.
Sergio

La ricotta - P.P. Pasolini

giovedì 27 ottobre 2011

Jane Campion - Bright star


Avevo atteso con impazienza di potere vedere l’ultimo film di Jane Campion. Dopo il deludente In the cut del 2003 aveva diretto solo alcuni cortometraggi e temevo di dovermi ormai accontentare di rivedere i suoi capolavori del passato, dal celebratissimo Lezioni di piano ai non meno belli Un angelo alla mia tavola, Sweetie o Holy smoke. E invece Bright star è un vero e proprio gioiello cinematografico girato con un coraggio e una sapienza da farmi ritenere che possiamo nuovamente considerare Jane Campion come una delle autrici più importanti del nostro tempo.
Bright star narra degli ultimi anni di vita del poeta inglese John Keats morto in giovane età nel 1821 e nome tra i più importanti della nascente poesia romantica. Ma non è (fortunatamente) il solito film romanzato e superficiale sui personaggi celebri del romanticismo che tanto inutile ciarpame hanno prodotto al cinema e in televisione. La Campion riesce a realizzare (da qui il suo coraggio) un vero e proprio inno alla poesia (e di conseguenza alla vita). Attraverso la storia d’amore con Fanny Brawne, relazione mai vissuta fino in fondo dai giovani per le difficoltà economiche che proibivano a Keats di progettare qualcosa, la Campion ci immerge, in maniera quasi miracolosa, in quei magici momenti in cui ti accorgi che l’amore prende possesso della tua vita fino a renderti assolutamente (e felicemente) schiavo di esso.
Ci voleva coraggio per girare un film sulla poesia in anni come questi e non disdegnare di fare leggere ai due bravissimi attori protagonisti (Ben Whishaw e Abbie Cornish) interi componimenti di Keats; ci voleva coraggio per girare una storia d’amore senza una sola scena di nudo ma caricando di un infinito erotismo anche la più semplice carezza. Pochi riescono, come fa Jane Campion, a filmare il trasporto dei sentimenti e per far questo usa tutta la sua capacità (e qui sta la sua sapienza) di sfruttare il mezzo cinematografico. Alcune inquadrature sono talmente belle che credo rimarranno impresse a lungo negli occhi di chi amerà quest'opera.
Alla fine del film senti di stare meglio (anche se la storia non è naturalmente felice). Stai meglio perché capisci che se ti emozioni sei ancora vivo e che, se anche non credi più che la poesia possa salvare il mondo, sai che non smetterai mai di credere che potrà sempre migliorarlo. E se poi ti vien voglia di (ri)leggere le poesie di Keats ecco allora che il cerchio si chiude…
Sergio

Fanny recita la poesia bright star di John Keats
Testo Bright star

lunedì 24 ottobre 2011

Serena Vitale - A Mosca, A Mosca!


Monotematico io? Può darsi..

Da coloro che non nutrono quest'amore ai confini dell'ossessione, mi sono sentito spesso incompreso, ho perfino pensato di avere qualcosa che non andasse, poichè non sono mai riuscito a spiegare con parole il perchè di quest'attrazione così forte. Il libro di una delle slaviste più importanti d'Italia, famosa anche a livello internazionale, è una delle prove che non sono il solo ad essere affetto da questa “malattia” per questo paese così ricco di personalità, così unico e speciale: la Russia.

Serena Vitale, allieva diretta del grande Angelo Maria Ripellino (da cui sicuramente è stata influenzata non poco), andò per la prima volta a Mosca nel 1967, in piena epoca brezhneviana. Inimmaginabili sono le difficoltà di una studentessa poco più che ventenne, catapultata in un mondo ostile che la vede come nemica, in quanto borghese dell'occidente capitalista. Non rare furono le porte in faccia, specie all'inizio. La gente aveva quasi paura a parlarle per non compromettersi.
Ma nonostante queste sofferenze, queste iniziali difficoltà, la Vitale non s'è mai data per vinta, e con coraggiosa testardaggine è sempre andata avanti, inghiottendo tutti i soprusi, accollandosi di essere spiata e seguita dagli agenti del KGB da mattina a sera, mettendosi a contrabbandare prodotti dall'occidente.. tutto per rimanere a Mosca e coltivare il suo amore per questo strano paese e per la sua anima, così profonda, attraente e misteriosa.
Nelle sue parole ritrovo il mio stesso sentimento descritto con una consapevolezza, ovviamente, smisuratamente maggiore. Raccoglie esperienze vissute in quarant'anni e le prende come spunto per parlare dell'essenza dell'Unione Sovietica, e, adesso, della Russia; dei suoi difetti, dei suoi pregi, delle sue contraddizioni e dei suoi profondissimi cambiamenti avvenuti nel corso di questi anni.
L'amore per la letteratura e per l'arte russa l'hanno portata a rischiare grosso, trasportando illegalmente e in più di un'occasione microfilm, libri e quant'altro di autori censurati e vietati dal regime.
Già dal titolo, di chiara maternità cechoviana, si può facilmente intendere quali siano i toni con cui si parla di questa città.
Sebbene la maggior parte degli aneddoti raccontano esperienze agghiaccianti, dalle quali ogni persona scapperebbe a gambe levate se ne avesse a priori la consapevolezza, il libro trasuda ammirazione verso la capitale russa e la passata Unione Sovietica.
Mentre si legge, non si può non sognare di andarci, o ritornarci (dico tutto ciò perfettamente consapevole di quanto mi sia impossibile dare un giudizio imparziale).
Il tono nostalgico che si avverte nelle parole della Vitale non risiede certo per l'epoca Brezhneviana, ma è più una nostalgia per la propria gioventù, un'epoca ormai passata in cui ancora aveva tutto da scoprire. Ora sembra quasi delusa da come le cose siano cambiate, come i radicali cambiamenti degli ultimi vent'anni abbiano spazzato via un intero paese, rimasto solo nella memoria di chi vi ha vissuto.
“E' una questione fisiologica, non ideologica. Uno invecchia, la vita si aggrappa alla memoria. Quella Russia è stata comunque la nostra giovinezza, non puoi farci nulla.” le dice una vecchia amica nel 2007 dopo aver provato, senza successo, ad entrare nell'atrio dell'MGU, loro vecchia università, luogo denso di ricordi.
Non è la prima volta che un'opera, letteraria o cinematografica che sia, riesce a chiarirmi le idee su ciò che provo; è una sensazione tanto strana quanto piacevole, che regala un forte senso di gratitudine verso quell'autore/autrice che ha avuto la capacità di spiegare le mie emozioni molto meglio di quanto avessi potuto fare io stesso.

Robin

venerdì 21 ottobre 2011

François Truffaut (21/10/1984 - 21/10/2011)


Quando il 21 di ottobre del 1984 François Truffaut è morto, il mondo era molto diverso rispetto a quello che ventisette anni potrebbero far credere. Ma il suo cinema continua ad essere una delle opere più imprescindibili per chi ama la settima arte.
Io avevo tredici anni in quell’anno, la stessa età di Antoine Doinel il personaggio di uno degli esordi cinematografici più dirompenti che la storia del cinema ricordi: I quattrocento colpi. Quel film, nel1959, rappresentò la nuova rinascita del cinema dopo quella ufficiale dei fratelli Lumiere; la Nouvelle Vague, Truffaut, Chabrol, Godard, Rohmer e tanti altri. Il cinema rinasceva perché prendeva finalmente consapevolezza della sua grandezza, non più arte di secondo piano ma meritevole di stare sullo stesso piano della letteratura o della pittura. Gli insegnamenti di quell’irripetibile stagione cinematografica (oltre all’esordio di Truffaut come non ricordare anche l’uscita, qualche mese dopo, di Fino all’ultimo respiro di Godard?), si allargarono con una velocità sorprendente dalla Francia a tutto il mondo cambiando profondamente il senso del segno cinematografico. Ci vorrebbe troppo spazio e tempo per parlarne in maniera sufficiente e non è questo il luogo ma un ricordo dell’autore più prestigioso di quel movimento è doveroso farlo.
Truffaut sta al cinema come Balzac o Dostoevskij stanno alla letteratura, credo che la formazione culturale (intesa come crescita dell’individuo) non possa ignorare il cinema dell’autore francese. Proprio quel personaggio di Antoine Doinel, riproposto successivamente in altri quattro titoli, che cresceva assieme a noi sia l’esempio più calzante a tal proposito. Per la prima volta al cinema un personaggio diventava adulto man mano che l’età del suo attore cresceva (il leggendario Jean Pierre Leaud) e, attraverso la sua crescita, noi spettatori prendevamo confidenza con il cinema. E con la vita.
Cominciai a vedere i suoi film a poco più di sedici anni e da allora non ho più smesso, ho imparato a conoscere me stesso attraverso la crescita di Antoine Doinel ad amare le donne attraverso gli sguardi di Catherine Deneuve (La mia droga si chiama Julie) e Fanny Ardant (La signora della porta accanto), a vivere il cinema come magia necessaria alla vita con Effetto notte. Con l’opera di Truffaut so di non essere abbastanza lucido nei giudizi, troppo intenso è il legame che mi tiene stretto ad ognuno dei suoi film; mi viene ancora difficile confrontarmi con qualcuno che non si sia emozionato con l’ultima straziante corsa verso il mare di Antoine Doinel alla fine dei Quattrocento colpi . E’ anche questo il bello di amare, non riuscire a spiegare perché le lacrime possono scendere all’improvviso. A Truffaut devo gran parte della mia formazione, sarei stato un’altra persona senza i suoi film, da tanto tempo non lo rivedo (necessariamente da adulti senti il bisogno di staccare da quelli che consideri come genitori), ma che emozione quando una persona di vent’anni mi dice di avere amato un suo film, tocchi con mano quanto l’arte sia capace di creare unione tra persone distanti per età e condizione sociale.
E’ passato un bel po’ da quando Truffaut ci ha lasciato ma non posso ancora fare a meno di ringraziarlo per quello che mi ha regalato.

Sergio