giovedì 8 marzo 2018

Agnès Varda e il cinema prima dell'onda


Spesso mentre gli uomini stanno a ragionare su come fare meglio una cosa e renderla al meglio delle proprie possibilità, si scopre che una donna, quella cosa, l’ha già fatta.


Studiando la storia del cinema non è raro imbattersi nella figura di donne straordinarie che sono riusciti a guardare avanti molto meglio di tanti uomini della loro generazione. Poi, chissà perché, vengono ricordate e celebrate molto meno di quanto non meriterebbero. Qualche giorno fa ricordavo la figura di Alice Guy Blaché che per prima scoprì le potenzialità che il cinema poteva avere in ambito narrativo praticamente all’indomani della celebre presentazione dei fratelli Lumière. Praticamente inventò la sceneggiatura per il cinema ma pochi la conoscono. 
Negli anni Cinquanta il dibattito critico all’interno del cinema francese era surriscaldato soprattutto grazie ai quei ragazzi terribili che scrivevano sui Cahiers du Cinéma e auspicavano un cinema nuovo, libero, vero, lontano da quel “cinema di papà” (come era chiamato con disprezzo) che era ormai diventato il cinema contemporaneo, soprattutto quello francese. Quei ragazzi si chiamavano Truffaut, Godard e Rohmer e a partire dal 1959 avrebbero iniziato a dirigere delle opere che cambieranno per sempre il modo di intendere il cinema. Ma mentre loro scrivevano articoli di fuoco dalle pagine della rivista francese (che per ogni cinefilo ha quasi l’autorità di una sentenza della Corte di Cassazione), una ragazza di ventisei anni, gira nel 1954, una pellicola che a detta di molti è il primo film della Nouvelle Vague. Quella ragazza si chiamava, o meglio si chiama, perché per fortuna è ancora viva ed è una splendida donna di ottantanove anni, Agnès Varda.
Aveva girato con pochissimi mezzi ma tantissima originalità e libertà espressiva “La pointe courte”. Come protagonista un ancora sconosciuto Philippe Noiret. Le riprese furono poi montate da un tale che avrebbe contribuito a fare la storia del cinema ma che allora era ancora all’inizio della sua carriera. Si chiamava Alan Resnais e ogni amante del cinema sa benissimo quello che ha realizzato. Resnais guardando il materiale girato da quella giovane ragazza si permette di fare un paragone con “La terra trema” di Visconti. La Varda non era però una cinefila militante, lei ricorda che allora non sapeva neanche che a Parigi ci fosse una cineteca. Quando il film della Varda esce non avrà il clamore che cinque anni dopo pellicole come “I quattrocento colpi” o “Fino all’ultimo respiro” porteranno all’esplosione della Nouvelle Vague ma è impossibile non vedere in quell’opera tutti i segni che i giovani critici dei Cahiers auspicavano per il “nuovo” cinema. Passarono sette anni da quella pellicola prima che Agnès Varda riuscisse a realizzare un’altra opera. Era il 1961 e realizza un altro grande film “Cléo dalle 5 alle 7”. Questa volta, dopo la svolta del 1959, viene acclamata e riconosciuta come un’importante autrice del movimento. Ma lei con i giovani turchi della nouvelle vague non è che avesse fatto proprio un percorso in comune. Chi recuperava il film del 1954 la considerava la vera iniziatrice della nuova onda. Lei scherzando ricorda che nonostante non avesse ancora trent’anni, la chiamavano la nonna della nouvelle vague.
Agnès Varda continuerà a girare ancora diversi film nella sua carriera (alcuni bellissimi come “Senza tetto né legge” o “Garage Demy”) e ancora lo scorso anno riesce a presentare a Cannes un’opera sorprendente per freschezza e originalità “Visages Villages” girata assieme a uno street artist di trentaquattro anni: un viaggio attraverso le strade francesi a bordo di un camioncino per immortalare i volti delle persone incontrate e stimolare un dibattito straordinario sul tema dell’identità. A Cannes hanno avuto un grande successo e questa meravigliosa nonna sembra molto più giovane di tanti autori contemporanei.

Alice Guy Blaché - La donna che inventò il cinema



Ho sempre sognato di conoscere l’identità di ognuno dei trentatré spettatori paganti della serata simbolo per ogni cinefilo. Quella del 28 dicembre del 1895, quando a Parigi al Salon Indien del Grand café venne presentato per la prima volta uno spettacolo cinematografico. Solo trentatré spettatori. Non si poteva certo definire un successo e infatti la famosa frase sul cinema senza futuro pronunciata da uno dei fratelli (ma qualcuno afferma che a dirla fu il padre, incavolato nero per lo sperpero di denaro che i figli fecero per inventare la fotografia in movimento) spiega bene il senso di delusione per quella serata non proprio affollata. 
Eppure proprio da quella serata nasce tutto. Molti sanno che tra il pubblico si trovava George Mélies che rimase sbalordito dal potere fantastico del cinematografo e si mise subito in moto per unire la sua attività di illusionista con le possibilità che gli offriva la nuova scoperta. Ma probabilmente pochi conoscono la storia di Alice Guy Blaché, una ragazza di ventidue anni che a detta di molti è stata la persona che ha dato la spinta decisiva per fare diventare il cinema ciò che noi amiamo.
A quella serata Alice andò per accompagnare il suo datore di lavoro, l’ingegnere Gaumont che si occupava di apparecchiature fotografiche e che sarebbe diventato uno dei maggiori produttori cinematografici francesi. Tra quei dieci cortometraggi, che all’epoca non potevano durare più di un minuto ciascuno, c’erano quelli famosissimi del treno che arrivava alla stazione e degli operai che uscivano dalla fabbrica. I fratelli Lumière erano anch’essi nel campo della fotografia e il cinema rappresentava per loro un’applicazione avanzata dell’immagine, l’immagine in movimento appunto. Cinema come documentazione del reale. Ma Alice (e mai nome fu più adatto) capisce che quella sera per lei fu come entrare nella tana del bianconiglio. Un universo fantastico si apriva. Chiese timidamente al suo datore di lavoro di potere usare della pellicola per fare degli esperimenti cinematografici. Ma per lei fare esperimenti non voleva dire mettere la macchina da presa per strada per filmare ciò che capitava. Lei voleva preparare delle scene. Prepararle, cioè scriverle, fare una sceneggiatura diremmo oggi. Perché con il cinema non potevamo forse anche raccontare delle storie? Semplice dirlo oggi ma allora non c’era arrivato ancora nessuno. L’ingegnere Gaumont diede il suo assenso (a patto di non fare questi esperimenti negli orari di lavoro). Nell’aprile del 1896, quattro mesi dopo quella leggendaria serata, la Blaché da alla luce il suo primo film “La fée aux Choux” che sarà seguito da tanti altri lavori. 
A partire da quella data diventò chiaro a molti che il cinema un futuro lo avrebbe avuto eccome. Le donne non avevano ancora il diritto di voto ma quella ragazza poco più che ventenne ci aveva regalato qualcosa di straordinario.

martedì 5 luglio 2016

Abbas Kiarostami (1940-2016)



Quando muore un artista che hai apprezzato e amato ci si sente inevitabilmente più deboli. La speranza che una persona preziosa possa ancora regalarti delle opere che ti renderanno più agevole l’esistenza si blocca improvvisamente. Quando ieri sera ho letto della morte di Abbas Kiarostami ho provato quel senso di vuoto che prende quelle volte in cui non ti senti più sicuro sulla strada da prendere, come se una guida importante ti girasse improvvisamente le spalle. Ho iniziato a studiare il cinema in modo serio agli inizi degli anni Novanta quando era in pieno splendore la cinematografia di un paese, quello iraniano, ancora pochissimo conosciuto in occidente. Kiarostami fu il precursore di quel cinema, colui che aprì la strada a decine di grandi registi dopo di lui. Il primo commento che ho letto ieri sera è stato quello di Asghar Farhadi (assieme a Panahi il più grande regista iraniano contemporaneo) che riconosceva proprio a Kiarostami questo merito. Nel 1987 aveva girato Dov’è la casa del mio amico  che arrivò in Europa qualche anno dopo ricevendo un grandissimo successo di critica. Si parlava di un cinema che raccoglieva l’eredità più pura del neorealismo italiano ma a guardarlo bene i punti in comune non erano proprio tanti. Una volta Kiarostami ebbe a dire che lo imbarazzavano quei paragoni così importanti. Quando aveva iniziato a fare cinema non aveva una grossa esperienza da spettatore cinefilo. Spesso alle domande che lo accostavano a Rossellini o De Sica non sapeva bene cosa rispondere. In realtà il suo cinema era profondamente figlio della cultura iraniana e poco aveva da spartire con riferimenti altri. C’era la povertà produttiva, l’uso di attori non professionisti, gli ambienti reali ma con il neorealismo nessun altro paragone era possibile. L’Iran di quegli anni era un paese che viveva una situazione molto particolare, la rivoluzione di Khomeini del 1979 aveva rivoltato il paese da tutti i punti di vista. Il cinema nasceva praticamente da zero e negli anni Ottanta giovani registi che volevano girare dei lungometraggi si affidavano ai fondi dell’istituto per lo sviluppo intellettuale dell’infanzia (Kanun), a causa di ciò i soggetti erano quasi sempre riconducibili a storie del mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma Kiarostami a partire da quei soggetti imposti riusciva a inserire una poetica e uno sguardo universale sull’uomo. Come nei film di Ozu, quasi sempre ambientati nel Giappone del secondo dopoguerra, riusciamo a scorgere elementi universali del nostro essere così Kiarostami con quelle storie minime riusciva a parlare agli uomini di tutte le latitudini.

Avere vent’anni e avere conosciuto il suo cinema è stato per me un privilegio incredibilmente alto. Probabilmente grazie alle sue opere ho compreso che il cinema non sarebbe stato soltanto una passione ma doveva diventare qualcosa di più. La fortuna volle che in quegli anni ebbi anche la possibilità di incontrarlo diverse volte, brevi dialoghi spesso in un inglese o francese stentato altre volte con l’aiuto di un interprete (quasi sempre il suo grande amico Babak Karimi residente da anni in Italia). Il festival del cinema di Taormina negli anni Novanta era organizzato da tutto il gruppo di Fuori Orario. La direzione di Enrico Ghezzi diede a noi giovani studenti universitari la possibilità di crescere guardando un cinema che ci sarebbe stato difficile vedere in altri luoghi. La presenza di Kiarostami, così come quella degli altri grandi registi iraniani come Amir Naderi e Mohsen Makhmalbaf era una piacevolissima consuetudine. Kiarostami era già il più grande ma anche il più timido dei tre. La mia speranza era sempre quella di poterlo incontrare per potere chiacchierare con lui. Era sempre molto disponibile a rispondere a quel ragazzino abbastanza fanatico che ero in quegli anni. A volte con una pizzetta in mano (solo pranzo che noi giovani studenti potevamo permetterci) lo bloccavo al palazzo dei congressi per rivolgergli delle domande sul suo cinema e lui era sempre pronto a rispondere. Nel frattempo gli rifilavo libri che parlavano di lui e locandine delle vhs che già allora compravo per farle autografare. Lui rideva sornione con Amir Naderi accanto stupito del fatto che quei film fossero usciti in cassetta in Italia. Una volta Naderi mi chiese se avessi visto anche i suoi film ma purtroppo dovetti rispondere di no, lui ridendo mi disse che dovevo rimediare al più presto se volevo ancora parlare di cinema con loro. Naturalmente lo feci. Nel 1997 Kiarostami arrivò alla consacrazione internazionale grazie alla palma d’oro vinta a Cannes con Il sapore della ciliegia. Il film arrivò in anteprima italiana, naturalmente a Taormina, nell’estate di quell’anno. Fu l’unica volta che riuscì a permettermi il prezzo del biglietto al teatro greco (gli ingressi al palazzo dei congressi dove si svolgevano le altre proiezioni erano per nostra fortuna gratuiti). Ancora una volta fu una folgorazione, ebbi subito chiaro di avere assistito a un’opera immensa. Quando uscì del teatro mi ritrovai davanti Kiarostami assieme a Babak Karimi e un uomo con una telecamera. Kiarostami fece segno a Babak di fermarmi e mi fecero delle domande sul film. Ero assolutamente incantato e mi dovetti sforzare per parlare in maniera adeguata. Non ricordo più le parole che usai, poi la telecamera si spense e Kiarostami si avvicinò a me dandomi la mano e dicendomi semplicemente “thank you”. Io mi allontanai in fretta perché avevo iniziato a piangere come un bambino per tutte le emozioni che avevo provato quella sera. Qualche mese dopo ricevetti una telefonata da un’amica di Bologna che mi diceva di avere visto la mia intervista usata come trailer del film (in quegli anni si usava, per le presentazioni di certi film, raccogliere le interviste dopo la proiezione della prima italiana). Io non riuscì purtroppo mai a vederla. Sono passati quasi vent’anni da quel giorno, il cinema per me è diventato anche un lavoro, Kiarostami ha fatto diversi altri film, altri grandi altri meno riusciti. Dal 2005 (dopo l’arrivo del governo di Ahmadinejad) ha iniziato a girare film all’estero senza però riuscire a essere il grande regista di prima. Ma ha continuato a essere uno dei più grandi maestri del cinema. Gli spezzoni dei suoi film, i piccoli segreti che mi confidava in quei dialoghi rubati sono argomento fisso delle mie lezioni di cinema. Ogni anno so che dopo la lezione sull’utilizzo del campo lungo al cinema (quando faccio vedere il finale di Sotto gli ulivi) qualcuno dei miei allievi mi chiederà i film di Kiarostami e poi mi dirà di essersene innamorato. Io allora sento di avere fatto bene il mio lavoro. Adesso che lui non c’è più mi sento più solo ma continuerò a parlare del suo cinema, delle sue opere, della sua grandezza e della sua umanità e i miei ricordi con lui saranno ancora più preziosi. Thank you Abbas

Sergio Barone

domenica 8 novembre 2015

Alain Delon - Ottant'anni di un uomo



Quando nel 1990 Jean Luc Godard lo scelse come protagonista per un suo film sembra che giustificò questa sua scelta dichiarando “avevo bisogno di uno che non sapesse recitare…”. Certamente solo a uno come Godard, e a pochissimi altri, si poteva permettere di lasciare impunita una simile affermazione così netta nei confronti di una vera e propria icona del cinema francese. Eppure andando a spulciare tra i giudizi dei critici che nel corso degli anni lo hanno messo al centro delle loro analisi non è raro imbattersi in giudizi non troppo lusinghieri nei suoi riguardi. Sicuramente il fatto di avere interpretato tantissimi film e non tutti di alta qualità (destino comune per tanti grandi attori), ha contribuito a rendere meno evidente la sua bravura. Possedere poi una faccia come la sua, che ha fatto perdere la testa a generazioni di donne, non aiuta chi mal concilia la bellezza fisica con la bravura (e anche Marilyn ne sapeva qualcosa).
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Delon è stato, ed è, un grandissimo interprete cinematografico ma solo se modellato dalle mani di un autore sensibile che sapesse tirare fuori dalla sua figura il meglio. Pochi ci sono riusciti ma ogni volta che questo accadeva si compieva il miracolo. Da giovane ragazzo appassionato di cinema, ma ancora acerbo nel gusto, vidi diversi film con Alain Delon, erano soprattutto quelli più commerciali come Zorro o Airport ’80 che mi davano l’impressione del solito divo lontano e finto, possibile nella sua esistenza soltanto se impresso nella pellicola cinematografica. Non vedevo l’uomo dietro l’interprete. Questo successe per diverso tempo. Poi la mia evoluzione di spettatore mi fece scoprire capolavori come Rocco e i suoi fratelli di Visconti o Mr. Klein di Losey. Ecco che dietro quella maschera di bellezza dell’attore Delon cominciavo a vedere qualcosa di più. Quegli occhi blu ma glaciali dove rischiavi di venire travolto da un’incontrollata cascata di emozioni. Quella malinconia di fondo che ne faceva un interprete da non usare in ruoli brillanti o da commedia senza perderne irrimediabilmente qualcosa di importante. Poi, in un pomeriggio d’estate abbastanza anonimo di una ventina d’anni fa, arriva il miracolo a cui mi riferivo. Guardo La prima notte di quiete di Valerio Zurlini, grandissimo autore italiano purtroppo non considerato come meriterebbe. Delon interpreta un professore di liceo di Rimini (una città lontana anni luce dall’immaginario felliniano); vestito con un maglione verde e un cappotto color cammello: il cinema compie la magia di rendere eterno un personaggio. Ancora oggi ogni volta che penso a Delon lo immagino vestito con quel cappotto, quello sguardo malinconico di chi alla vita non ha più molto da chiedere ma, nonostante questo, non rinuncia a essere vivo. Con disillusione certo, con la consapevolezza che per quanti sforzi riesci a fare la gioia ti scivolerà sempre tra le dita come la pioggia del cielo. Fu grazie a quel film che mi legai all’attore Delon in maniera fortissima. Cominciai a vedere tutti i suoi lavori, anche i meno riusciti per ritrovare, fosse anche per un attimo, quella strana luce dei suoi occhi, quella malinconia di chi ha tutto vissuto e guarda il mondo con una consapevolezza fuori dall’ordinario. Naturalmente anche l’uomo Delon cominciava a interessarmi, quello sguardo era solo frutto della sua capacità interpretativa o era un suo segno distintivo personale? Alla fine degli anni Cinquanta, tra le tante storie d’amore fra divi del grande schermo, quella tra Alain Delon e Romy Schneider fu tra le più celebri. La grandissima attrice venuta alla ribalta interpretando la principessa Sissi ma confermatasi in futuro come una delle più importanti interpreti del Novecento (personalmente la ritengo allo stesso livello della Bergman e della Magnani) e musa dei più importanti registi francesi degli anni Sessanta e Settanta. La storia tra Delon e la Schneider durò circa cinque anni ma i due rimasero amici per tutta la vita. Una volta la Schneider dichiarò che una storia d’amore rimane unica quando ci si continua a chiamare, a lanciarsi dei richiami per non perdersi mai. Subentrano altre storie, altri tradimenti, figli, felicità con altri ma una sola rimane la storia d’amore della vita. Continuò dicendo che Delon rimaneva l’unica persona sulla quale poteva contare, l’unico che sarebbe accorso al suo primo richiamo aggiungendo che però lui non le aveva mai scritto nemmeno una lettera ma solo biglietti. Il destino fu molto duro con la Schneider, la vita le tolse un figlio ancora adolescente e da quella perdita lei non riuscì mai più a riprendersi tanto che anche lei morì dopo meno di un anno. La vita prende tante altre strade e sia la Schneider che Delon avevano costruito altre esistenze ma la notizia della morte del suo antico amore fu devastante. Quella sera sul letto di morte della Schneider, Delon trascorse parecchie ore, volle restare solo con lei, le scattò delle foto che porta sempre con sé e non andò al suo funerale; il giorno seguente alla sua sepoltura rimase sulla sua tomba per molte ore. Quella notte, mentre l’accudiva sul letto di morte, le scrisse la sua unica lettera d’amore che ancora oggi riesce a commuovermi. Questi sono alcuni passi:
“Ti guardo dormire. Sono accanto a te, sei vestita di una lunga tunica nera e rossa, ricamata sul petto. Sono fiori, credo, ma non li guardo. Ti dico addio, il più lungo degli addii, mia Puppelé . È così che ti chiamavo, "Piccola bambola" in tedesco. Non guardo i fiori ma il tuo viso e penso che sei bella, e che forse non lo sei mai stata così tanto. Per la prima volta nella mia vita - e nella tua - ti vedo serena, in pace. Come sei calma, come sei bella. Sembra che una mano abbia dolcemente cancellato dal tuo viso tutte le angosce”
“Ti guardo dormire , dicono che sei morta. Penso a te, a me, a noi. Di che cosa sono colpevole? Ci si pone una domanda simile davanti una donna che si è amata e che si ama ancora”
“Ti guardo dormire . Ieri ancora eri viva. Era notte. Appena rientrati a casa hai detto a Laurent "va a dormire, vengo tra poco. Resto un po' con David ascoltando musica". Facevi così ogni sera... Volevi restare sola con il ricordo di tuo figlio morto, prima di andare a dormire”
“Non verrò in chiesa né al cimitero , ti chiedo perdono perché sai che non riuscirò a proteggerti dalla folla, da questo tormento così avido di "spettacolo" che ti faceva tremare. Verrò a trovarti il giorno dopo, e noi saremo soli. Mia Puppelé, ti guardo ancora e ancora. Voglio divorarti di sguardi. Riposati. Sono qui, vicino. Ho imparato un po' di tedesco, grazie a te. Ich liebe dich . Ti amo. Ti amo, mia Puppelé”.

Buon ottantesimo compleanno.

domenica 1 novembre 2015

Le origini del cinema noir



Quando, all’indomani della seconda guerra mondiale, arrivarono in Francia alcune opere cinematografiche che sembravano essere unite da una identica atmosfera narrativa, due critici francesi Nino Frank e Jean-Pierre Chartier scrissero un articolo che probabilmente neanche loro immaginavano potesse dare il nome a uno dei generi cinematografici più affascinanti della settima arte. L’articolo aveva per titolo Les américains font aussi des film “noir” (Anche gli americani fanno film “noir”). I film americani ai quali i due critici si riferivano erano dei veri e propri capolavori del cinema statunitense degli anni Quaranta: Il mistero del falco, La fiamma del peccato, L’ombra del passato, Il postino suona sempre due volte. Le storie di violenza, le atmosfere notturne e i personaggi spesso problematici e malinconici che stavano al centro di quei film, e di tanti altri che furono prodotti negli Stati Uniti a partire dal 1941, facevano ricordare ai due critici francesi il mondo raccontato nei famosi film francesi degli anni Trenta conosciuti sotto l’etichetta di realismo poetico francese (quelli di Carné e Prevert per citare i più celebri). Anche in quelle pellicole infatti l’atmosfera noir era indispensabile per comprendere quell’universo fatto di personaggi che vivevano ai margini. Il noir diventava così un termine pratico e veloce per comprendere la realtà raccontata in quelle opere fino a diventare un genere cinematografico a se stante come il western, la commedia o il musical.
Il noir americano aveva però delle peculiarità del tutto proprie che, pur non organizzandosi mai in scuola vera e propria (come fu per l’espressionismo in Germania), lo rendeva assolutamente originale nel panorama cinematografico mondiale . Per comprendere questo dobbiamo fare un piccolo passo indietro e guardare alla società statunitense degli anni Trenta, dominata dalla crisi economica post 1929 e dalla violenza urbana che tanto bene era stata raccontata nel cosiddetto filone dei gangster movie (a questo filone appartengono capolavori come Scarface o Piccolo Cesare). Il modo di guardare la società in questi film era diretto, crudo; probabilmente per la prima volta la società americana raccontava se stessa mettendo al centro il lato oscuro della propria anima. Questa sensibilità artistica non era esclusiva del cinema ma si era sviluppata anche in narrativa con la celebre letteratura hard-boiled. Autori come Dashiel Hammett e Raymond Chandler avevano liberato le storie di crimini dalle ripetitive strutture dei gialli alla Agatha Christie dove in ogni racconto l’obiettivo unico era trovare l’assassino. Adesso si trattava di raccontare un paese, le sue difficoltà e gli uomini che lo abitavano. Le violenze, gli intrighi, le patologie del mondo narrato nei noir, sia in letteratura che al cinema, divennero uno degli strumenti più affascinanti per parlare dell’America di quegli anni. Il cinema disponeva inoltre di altri vantaggi di non poco conto. Hollywood aveva avuto negli anni Trenta un grandissimo afflusso di professionalità del cinema europeo in fuga dall’Europa sull’orlo del conflitto. Soprattutto dalla Germania nazista un grande numero di registi, attori, direttori della fotografia avevano portato negli Stati Uniti un altissimo bagaglio di arte e professionalità che si vennero ad unire alla grande organizzazione degli studios e alla loro non indifferente disponibilità economica.

Si può affermare quindi che il noir classico statunitense nasce dall’unione di forze rappresentata dalla capacità spettacolare dei produttori americani con la sensibilità artistica europea. In ambito più strettamente tecnico il noir è la fusione del gangster movie americano degli anni Trenta, dell’espressionismo tedesco degli anni Venti e del realismo poetico francese dei primi anni Trenta. La violenza urbana e il mondo cittadino dei film americani, la fotografia quasi metafisica dei film tedeschi con il loro carico di angoscia e i personaggi malinconici e disillusi del cinema francese; ecco come dall’unione di tre cinematografie distanti tra loro poté nascere il noir americano. Parlare di come si sia poi evoluto fino alla fine degli anni Cinquanta (per convenzione si fa terminare il genere con L’infernale Quinlan di Orson Welles del 1958) richiederebbe una trattazione molto ampia. Ciò che di certo abbiamo è che, a partire da quell’investigatore privato di nome Sam Spade interpretato dal leggendario Bogart ne Il mistero del falco di John Huston, il cinema non sarebbe più stato lo stesso.

Sergio

Scena finale "Il mistero del falco" - 1941


lunedì 22 settembre 2014

The wolf of Wall Street - Martin Scorsese



Anche se Martin Scorsese non girasse più film avrebbe già guadagnato il suo posto di rilievo all’interno della storia del cinema. Pochi come lui hanno saputo raccontare la vita della metropoli americana moderna. Ci sono registi che vengono subito in mente se si pensa a un particolare stato d’animo. Pensiamo a Bergman quando riflettiamo sui tormenti dell’anima o ci viene in mente Fellini tutte le volte che parliamo dei sogni. Ci sono poi altri registi legati indissolubilmente a una città, la Parigi di Truffaut o la New York di Woody Allen ma anche quella di Scorsese. Non una New York da piani alti ma quella di strada, abitata non da alienazioni e nevrosi come nel cinema alleniano ma da sofferenze e disagi molto più fisici. Da questa New York da marciapiede nascono grandi capolavori come Mean Streets, Taxi driver o Toro scatenato. Scorsese fino alla metà degli anni Novanta ci ha regalato grandissime opere cinematografiche ma, così come è successo per l’altro grande regista newyorchese, ad un certo punto sembra avere smarrito la lucidità dei momenti migliori iniziando un processo involutivo che solo a sprazzi ci ha permesso di godere della sua bravura. Così ogni volta che guardo un nuovo Scorsese mi concentro con la speranza che il vecchio zio Marty riesca ancora a colpirmi duro con la sua arte.
Avevo grandi aspettative con The wolf of wall street, molta critica entusiasta, un Leonardo Di Caprio a detta di tutti in stato di grazia ma, ancora una volta (purtroppo), termino la visione con un bel po’ di amaro in bocca. Scorsese continua a girare in maniera impeccabile, il ritmo delle sue sceneggiature è di altissima scuola ma manca qualcosa di importante, probabilmente la più importante nel mio giudizio di un’opera, il suo essere necessaria. Molti hanno amato questa pellicola e in effetti il racconto che Scorsese fa della capitale mondiale della finanza con i suoi operatori senza scrupoli, è di pregevolissima fattura. Scorsese gira con un cinismo estremo, i personaggi sono tutti senza speranza di redenzione ma quando crei un’opera non provando empatia per nessuno dei tuoi personaggi giungi inevitabilmente a un livello di distacco troppo estremo per farla diventare sincera (e quindi necessaria). Flaubert diceva che madame Bovary era lui e probabilmente dietro lo sguardo allucinato di Travis Bickle in Taxi Driver c’era tanto del suo autore. Ma dietro la maschera feroce di Jordan Belfort, interpretato a onor del vero da un Di Caprio strepitoso, nessun raffronto è possibile. Non che per fare un film sul nazismo bisogna sentirsi un po’ Hitler ma se in  una narrazione cinematografica è totalmente assente la parte empatica arriva facilmente il sospetto che l’opera sia stata scritta a tavolino con esigenze più di nature commerciali che non poetiche.

Un abisso tecnico distanzia lo Scorsese di The wolf of Wall Street da quello ancora acerbo stilisticamente di Mean Streets ma quanta voglia in più in quel film. Voglia di raccontare il tuo ambiente, le tue radici, la tua educazione. Questo manca nell’ultimo Scorsese, voglia di raccontarci il suo mondo, con le sue contraddizioni e le sue paure. Senza paura di raccontare storie in qualche modo simili, perché i grandissimi registi non possono temere di parlare di loro stessi, dietro la loro vita e la capacità che hanno di filtrarla attraverso l’arte nascono i capolavori.

Sergio

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venerdì 5 settembre 2014

Pasolini - Abel Ferrara

L'atmosfera della Mostra del Cinema di Venezia è di una bellezza indescrivibile. Una piccola isola come il Lido gremita di gente fino a mezzanotte inoltrata, tutti per guardare film dalla mattina alla sera. I più fortunati, quelli che riescono a ottenere un pass da giornalista, passano le loro giornate dentro le varie sale, guardando dai tre ai nove film al giorno. Io, coi miei pochi spiccioli, punto sul film che mi sembra più interessante e ho la segreta speranza di assistere a un capolavoro memorabile, così da poter dire in futuro “eh, io c'ero!”. Peccato che non sia stato questo il caso di Pasolini di Abel Ferrara.

Quando ho letto che Ferrara presentava un film su Pasolini ho pensato a film come King of New York, Fratelli, o Il cattivo tenente (quello vero, con Harvey Keitel) e ho creduto che poteva venirne fuori un film davvero superbo. Tuttavia, malgrado l'innegabile talento di Willem Dafoe, che nelle movenze e negli sguardi è di una bravura disarmante, il film risulta convincere poco, restituisce poco o niente del genio del vero Pasolini.

Impedimento più grosso di tutti è stato quello linguistico. Probabilmente è un mio limite non riuscire ad accettare un Pasolini che parla un inglese americanaccio, probabilmente deficito io di fantasia per non poter accettare la cerchia di amici e familiari che parla in italiano fra di loro e in un inglese da Supermario quando si rivolge al Willem-Pierpaolo, ma a neanche venti minuti dall'inizio avevo già mal di testa. Scusate, ma non riesco proprio a trovare la credibilità di un Pasolini che accoglie l'amica Laura Betti dicendole “how you doin'?”.

Ho voluto sperare il più possibile, ma quando ho visto Scamarcio interpretare il Ninetto Davoli di una volta, ho capito che proprio non c'era niente da fare.

Ferrara si è voluto concentrare nelle ultimissime giornate della vita del poeta bolognese, riprendendo il suo tragico omicidio lasciando poco spazio all'immaginazione. Le immagini forti e “scandalose” dominano il film dall'inizio alla fine, sicuramente un omaggio al coraggio con cui Pasolini girò scene che scandalizzarono ogni strato della società, dentro e fuori il paese. A differenza del grande maestro però, l'allievo Ferrara si dimostra poco capace di creare quella necessità narrativa che sta dietro alle immagini forti, senza la quale sono solo immagini fini a sé stesse. “Forti” solo per modo di dire, solo a livello visivo.

Peccato, perchè Pasolini era uno di quei registi che sapeva sconquassare, che non girava un'orgia solo perchè è una scena che richiama l'attenzione. Il suo era un cinema di denuncia, un cinema politico, necessario. Pochi come lui hanno saputo cogliere, con la sua stessa razionalità, gli aspetti della società in cui viveva e denunciarli con violenza in libri, poesie e film.

Rendere omaggio a una figura tanto spessa è un'idea tanto giusta quanto ardua, e, ahimé, non mi sento affatto di dire che Ferrara sia stato all'altezza di reggere il peso del compito.

Peccato davvero.

Robin

mercoledì 7 maggio 2014

Oh boy, un caffè a Berlino - Jan Ole Gerster



E’ una bella sorpresa vedere un’opera prima di un regista tedesco e trovarsi catapultato in piena atmosfera nouvelle vague anni Sessanta. Oh Boy – Un caffè a Berlino di Jan Ole Gerster del 2012 è  uno di quei film che, pur non facendoti gridare al capolavoro, riesce a dimostrare come si possa fare cinema intelligente anche con un budget ridotto a patto di avere delle idee di sceneggiatura di buon livello.
Una giornata nella vita di un ragazzo all’interno di una Berlino non turistica tra incontri casuali e momenti di crescita. Niko è un ragazzo di poco più di vent’anni, confuso sulle cose da fare come spesso solo a quell’età riesci ad essere. Ha lasciato gli studi ma senza confessarlo al padre (che continua a versargli l’assegno mensile), non riesce ad avere una vita sentimentale seria e a chi gli chiede se ha un po’ di tempo risponde di avere mille cose da fare. In realtà l’unica cosa che cerca di fare è prendere un caffè ma qualcosa si mette sempre di traverso impedendogli il soddisfacimento dell’unico desiderio reale che ha. I personaggi che Niko incontra sono a volte drammatici a volte divertenti ma sembrano avere tutti un punto in comune: sono troppo presi dalle loro esistenze per confrontarsi con lui che, di contro, non ha tanta voglia di aprirsi con qualcuno. Ogni vita scivola via tra vecchi ricordi diventati ossessioni, momenti di riflessione che non hanno mai fine e gesti importanti che si rimandano sempre. Tutto è narrato con una leggerezza davvero difficile trovare in un regista all’inizio (solitamente i giovani autori fanno a gara nel rendere le loro storie pesantissime elucubrazioni sui destini dell’umanità). Gerster segue la giornata di Niko con discrezione mentre il ragazzo si lascia trasportare da un quartiere all’altro, ritrovando antiche compagne di scuola o facendo amicizia con la nonna di uno spacciatore di droga. Ma anche quando si scontrerà con il padre, che scopre l’abbandono degli studi da parte del figlio,  il tono narrativo non cambia. Si parla di temi (anche) importanti con leggerezza e con un sottofondo jazz che accompagna gradevolmente tutto il film.

Niko rispecchia una stagione della vita molto spessa carica di incertezze, di dubbi, di pensieri un po’ folli ma con la certezza che tanto ci sarà del tempo per ritornare sui propri passi. Il racconto di una libertà data dalla non assunzione di responsabilità, anche questo è il fascino dei vent’anni. E’ la libertà narrativa dell’autore diventa la diretta conseguenza dei primi film dei registi della nouvelle vague, Niko è il fratello minore dell’Antoine Doinel truffautiano ma anche del protagonista del Segno del leone di Rohmer o del Belmondo godardiano di Fino all’ultimo respiro. Un bell’esordio che speriamo non rimanga un caso isolato.

Sergio 

Trailer:

venerdì 2 maggio 2014

L'intrepido - Gianni Amelio


I film di Gianni Amelio sono stati importanti nella mia formazione giovanile soprattutto per consolidare l’idea di un cinema di forte impegno morale. Un cinema che non si tirava mai indietro nel raccontare temi importanti come nel bellissimo Porte aperte, tratto dal romanzo di Sciascia, del 1990 (con una delle ultime e più grandi interpretazioni di Gian Maria Volontè). E poi film come Il ladro di bambini o Lamerica, opere dove la lettura del presente avveniva in maniera coinvolgente e con una partecipazione emotiva altissima. Il suo cinema era (ed è) però lontanissimo parente di quel cinema impegnato alla Ken Loach che si è abituati a usare come metro di paragone. Amelio ha sempre privilegiato l’aspetto intimo, poetico per raccontare la società. Quasi mai dalle sue opere esce fuori un grido di rabbia piuttosto si è portati a una sorta di riflessione morale sulla natura dell’uomo. Poca analisi sociale o studio sui meccanismi del potere ma grande attenzione agli aspetti personali dell’essere umano.
Pur apprezzando i suoi film non ne sono però mai stato interamente coinvolto, sentivo quasi sempre un di più di paternalismo retorico che rendeva le storie inutilmente più ampie di quello che avrebbero dovuto essere. Preferivo di gran lunga i suoi documentari dove la grande capacità di Amelio di osservare in profondità l’animo umano conosceva un limite preciso che gli proibiva di illustrare in maniera didattica il suo punto di vista. La terra è fatta così un suo lavoro del 2000 che racconta tramite semplicissime sequenze di interviste, i ricordi dei sopravvissuti al terremoto dell’Irpinia del 1980, è una di quelle opere che non mi stancherei mai di guardare (e di consigliare).
Purtroppo con l’età succede che certe tendenze si accentuino e diventino ancora più ingombranti rispetto al passato. Guardando il suo ultimo film L’intrepido ho avuto conferma di ciò. Nel cercare di raccontare il disastro sociale ed economico del nostro paese degli ultimi anni Amelio sceglie una via quasi fiabesca. Il protagonista, Antonio, è un uomo di mezza età che non trova niente di meglio da fare per andare avanti che fare il rimpiazzo. Sostituendo per qualche ora o per qualche giorno qualcuno che non può presentarsi a lavoro, Antonio passa tra i mestieri più disparati e la sua figura è praticamente quella di un lavoratore invisibile. Il grado più alto della precarietà e dello sfruttamento professionale. Ma Antonio, un Albanese non molto convincente, vive tutto questo con una serenità e una positività che nelle intenzioni dell’autore vorrebbe probabilmente essere un omaggio a una umanità che non si abbatte ma si risolve invece in una superficialissima rappresentazione di un presente che meriterebbe ben altri strumenti narrativi per essere narrato. La vita del protagonista scorre tra lavori casuali e rapporti interpersonali (con il figlio e con una donna conosciuta lavorando) senza mai decollare. A cosa dovrebbe portare questa positiva predisposizione d’animo se non a una, ancora più feroce, tendenza allo sfruttamento da parte di un mercato del lavoro sempre più schiavista?

Dopo avere visto il film leggo una intervista di Amelio in cui afferma che voleva raccontare il mondo del lavoro come fece Chaplin. Il cerchio si chiude. La chaplinizzazione dell’umanità è servita solo ad arricchire il creatore di questa straordinaria beffa artistica e a fare stare ingenuamente meglio chi aveva poco tempo per andare a fondo nello studio dei caratteri umani accontentandosi della consolante immagine dell’uomo buono. Non credo che di illusioni buoniste abbia bisogno l’Italia di oggi quanto piuttosto di sonore incazzature e prese di coscienza ma purtroppo nel nostro paese i Ken Loach sono merce rara.

Sergio


sabato 26 aprile 2014

L'angelo Azzurro - Josef Von Sternberg


Non sono moltissimi i film che possano vantare delle scene entrate nell’immaginario collettivo anche per i non appassionati di cinema. Spesso queste scene sono più legate all’immagine della star ripresa che al valore artistico dell’opera. Quando però i due casi si incontrano ecco che rivedersi, di tanto in tanto, un vecchio film diventa un godimento sia per gli occhi che per il cervello.
L’angelo azzurro, capolavoro tedesco del 1930, è uno di quei film che non mi stanco mai di rivedere. I motivi che di volta in volta mi possono spingere a rimettere la pellicola sono sempre diversi, inutile negare che il fascino di Marlene Dietrich non sia quasi sempre l’impulso principale. Quando con la sua splendida voce inizia a cantare Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt (o Falling in love again nella versione in lingua inglese) tocchi con mano il miracolo con cui il grande cinema riesce a strapparti da qualsiasi pensiero per accompagnarti in una dimensione perfetta. Allo stesso modo la voce di Lola Lola si eleva da quel malfamato locale di una Berlino che sta per piombare nei suoi anni più bui per arrivare a toccare le corde del cuore del professor Rath, serioso insegnante del prestigioso ginnasio cittadino. L’interpretazione che Emil Jannings (in assoluto uno dei più grandi attori della storia del cinema) da di questo personaggio è assolutamente grandiosa. Jannings riesce a mettersi sulle spalle l’intera metamorfosi di un mondo che sta rapidamente disintegrandosi. Il decadimento della vecchia borghesia sta per lasciare spazio alla frenesia folle del nazismo e il professor Rath rovinato dall’amore per l’affascinante Lola Lola riesce a spiegarci come un libro di storia quello che stava per avvenire in Europa in quegli anni.
E’ probabilmente uno degli ultimi grandi momenti del cinema tedesco prima della diaspora iniziata con l’avvento del terzo Reich (ci sarà ancora quel immenso capolavoro di M di Fritz Lang). Una delle cinematografie più importanti e più innovative del mondo stava per scomparire per non mischiarsi a uno dei governi più malati che l’uomo ricordi. Gli artisti che con l’espressionismo ci avevano donato (non solo nel cinema ma anche nel teatro, nella letteratura, nella musica e nella pittura) quasi una riproposizione di quello che fu il Rinascimento in Italia, stavano per preparare le valigie in tutta furia. Così fece sia il regista Von Sternberg che la divina Marlene trasferitasi ad Hollywood per diventare uno dei miti del cinema mondiale. Ma tutto partiva da quella canzone cantata al Der Blaue Angel vero canto d’addio della Repubblica di Weimar e di un intero sistema di valori.

A quella voce e a quel corpo, pochi potevano resistere. Hitler provò disperatamente a convincere la Dietrich a rientrare in patria per diventare la regina del nuovo cinema tedesco (che ovviamente non nacque mai), ma lei si rifiutò sempre energicamente; amava dire a proposito delle insistenze del dittatore tedesco “quel poveretto non si è più ripreso dalla scena della giarrettiera…”. La Dietrich oltre ad essere una star divenne una delle più famose oppositrici del regime nazista e i suoi viaggi, durante il conflitto, all’interno delle prime linee alleate furono leggendarie. Molti reduci raccontarono che grazie alle sue canzoni riuscivano a trovare nuovo entusiasmo e voglia di vivere da spendere nei giorni decisivi della battaglia. Erano altri tempi, più feroci certo ma anche più carichi di sogni rispetto ad oggi e allora il cinema riusciva davvero a entrare nella vita, e a cambiarla.

Sergio



martedì 22 aprile 2014

La parte degli angeli - Ken Loach



Quando vai a vedere un film di Ken Loach sembra quasi di prepararsi per andare a trovare dei vecchi amici. Quelli con cui sei cresciuto, che conoscono tutto di te e non ti fanno stare a disagio anche se comunichi loro le tue debolezze più grandi.
Se il fatto di sapere già prima cosa aspettarti è un limite per molti autori cinematografici, per altri (ben pochi per la verità) diventa un motivo di vanto. La differenza tra l’essere ripetitivo e l’essere coerente con la propria idea di cinema (e di società) è quella che passa tra i grandi autori e i mestieranti dalle emozioni a un tanto al chilo.
Registi come Ken Loach e, per rimanere tra i contemporanei, David Cronenberg e Aki Kaurismaki fanno della fedeltà ai loro valori di vita un punto di partenza imprescindibile per i loro soggetti cinematografici. Guardi le loro opere e ti accorgi che ogni volta aggiungono un capitolo a un libro che messo assieme forma la loro personalissima recherche proustiana.
Con La parte degli angeli Loach ci regala una nuova grande opera ambientata nelle sue adorate periferie urbane (questa volta siamo a Glasgow) e popolata ovviamente da anti eroi, da personaggi che con la vita hanno solo fatto a pugni e con i quali la società non sa bene come comportarsi (bellissima la scena iniziale con la sequenza velocissima di processi al tribunale). Per Robbie, il protagonista del film, però è un periodo speciale, sta per nascere il suo primo figlio e la forza che da solo non riesce a trovare, la scopre in dosi straordinarie in un piccolo essere umano, l’unico che sembra dargli ancora un po’ di fiducia  e regalargli quella seconda possibilità di cui ha bisogno. Ma questa nuova possibilità Robbie deve costruirsela da solo e per farlo ha bisogno di un nuovo colpo. Ma non un colpo pericoloso, una di quelle azioni per cui inizieresti ad odiare il protagonista. Un colpo quasi poetico nel suo essere surreale, riuscire ad estrarre qualche bottiglia di whisky da una botte quotata a prezzi folli per poterle poi rivendere a ricchi collezionisti. La parte degli angeli corrisponde alla percentuale di evaporazione nel processo di maturazione del whisky (circa il 2% del totale), all’incirca quella che Robbie e i suoi amici tenteranno di estrarre dalla botte.

Nelle storie di Loach, anche quelle più drammatiche, non ci si dimentica mai di sorridere. Se sai che la rinascita può avvenire solo da una presa di coscienza seria del reale e che ribellarsi contro una società sbagliata diventa l’unico modo per ritornare ad essere vivo, la solidarietà degli amici la trovi sempre. E l’amicizia per Loach è qualcosa di straordinariamente importante perché anche grazie a loro riesci a trovare il tempo per sorridere alla vita. Dei film di Loach scopro sempre di averne un bisogno quasi fisiologico, anche quando non sono perfetti. Nella vita probabilmente nulla lo è, però le sue storie sono vere, sincere e ti danno quella forza che ti serve ad andare ancora un altro poco avanti, fino al prossimo film, alla prossima uscita con gli amici o al prossimo sorriso del tuo bambino.

Sergio

martedì 1 aprile 2014

La vita di Adele - Abdellatif Kechiche


Dalla visione di un film che ha vinto la palma d’oro a Cannes ci si aspetta sempre tanto. Anche se hai sempre pensato che il regista, il franco tunisino Abdellatif Kechiche, sia sempre stato sopravvalutato rispetto alle sue capacità.
Con La vita di Adele ritengo si arrivi a un punto di non ritorno. Cercare di comprendere il perché quest’opera abbia riscosso un entusiasmo così elevato mi riesce francamente complicato. Il trattare in maniera visivamente forte il tema di un amore omosessuale mi sembra (per fortuna) ormai superato nel nostro presente così come le numerose scene di nudo che tanto scandalo hanno fatto alla presentazione del film e che sono state abilmente pubblicizzate per logiche commerciali.
Per quasi tre ore assistiamo alla formazione sentimentale della protagonista Adele (peraltro una bravissima e ancora poco nota attrice: Adele Exarchopoulos) che insoddisfatta dalle esperienze eterosessuali scopre di essere attratta dalle donne; la sua storia d’amore con Emma diventa il centro del film facendoci assistere alla presa di coscienza, fisica e mentale, di una ragazza alle prese con la conoscenza di sé. Nel film non succede niente di straordinario, nulla che non succeda quotidianamente a ogni essere umano adolescente nella formazione della propria identità e che lo porterà a scelte importanti per la propria crescita. E allora perché quello che succede ad Adele dovrebbe colpirmi in modo così profondo? Non sono capace di provare empatia o esiste qualcos’altro?
Più passa il tempo e più la penso come il maestro Hitchcock quando affermava che il cinema non è una fetta di vita ma una fetta di torta. Con ciò non voglio naturalmente affermare che non possa esistere altro modo di fare cinema ma che trasportare nel linguaggio cinematografico ciò che, per sua natura, è di stretta competenza della letteratura, non è operazione facile per chiunque. Nei corsi di sceneggiatura si impiega molto tempo a spiegare come una trama necessiti di un suo climax narrativo e costruire storie in cui gli eventi non progrediscono ha un coefficiente di difficoltà altissimo. Fare un racconto di formazione per immagini senza chiamarsi Eric Rohmer è un’operazione non alla portata di tutti e le, pur discrete, capacità registiche di Kechiche non sono di certo sufficienti a tale impresa.

Termini il film avendo l’impressione che questa storia non ti abbia dato niente di più rispetto a ciò che non conoscessi già sull'argomento. Basta aver vissuto e avere fatto buone letture per sapere che la vita di Adele non ha nulla di originale e non ti arricchisce da nessun punto di vista. Al cinema serve qualcosa di più per assolvere alla sua funzione culturale.

Sergio


martedì 4 marzo 2014

Ali Aydin - Muffa


In giornate di grida sguaiate e patriottici entusiasmi cinefili a dir poco imbarazzanti non è stato forse un caso imbattersi in una pellicola che mi ha confermato che i grandi film si realizzano ancora. E’ sempre più difficile trovarli, sommersi come sono da titoli di scarsa levatura ma di più immediato appeal. Da tempo non sentivo citare Fellini e Maradona (perché insieme? Non so ma non chiedetelo a me), icone di un passato glorioso e per molti aspetti rimpianto. Mi è allora ritornata in mente la frase con cui si chiude l’ultimo film del regista riminese La voce della luna: “Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…”. Il silenzio è importante, aiuta a riflettere, serve a capire meglio gli altri, e quando viene usato bene al cinema, con le immagini, i volti e le storie giuste riesce a comunicarti più di tante parole. Sarà per questo che mi porto sempre Buster Keaton nel cuore.

Muffa opera d’esordio del regista turco Ali Aydin è uno di quei film che ti entra dentro come solo le grandi opere riescono a fare. Lo fa rimanendo quasi in silenzio, con pochissimi dialoghi ma con un’espressività così potente delle immagini da farti quasi rimpiangere che sia stato inventato il sonoro al cinema. Il grande cinema turco ci ha abituato con le opere di Yilmaz Güney o Tevfik Başer a narrazioni essenziali. Niente orpelli registici o dialoghi di insopportabile pedanteria. Solo immagini potenti e parole quando servono. Da questa tradizione sembra uscire fuori il film di Aydin (premiato a Venezia con il leone del futuro nel 2012). La trama di Muffa è minima. Un uomo di mezza età, impiegato alle ferrovie, vive da solo dopo la morte della moglie e la scomparsa del figlio avvenuta diciotto anni prima in circostanze mai chiarite. Il senso delle sue giornate viene dato solo dalle sue incessanti richieste, sotto forma di lettere mensili, che l’uomo invia alle autorità per avere notizie sulle sorti del figlio. Come, grazie a una storia simile, si riesca a entrare dentro ad un universo di poesia e di alta riflessione sui rapporti umani è difficile dirlo. Il cinema è capace di questi miracoli quando si realizza con sincerità e con grande applicazione. Non è un cinema spontaneo, c’è più difficoltà a filmare una scena di solitudine di tre minuti che ti colpisce come un pugno, rispetto a un piano sequenza di un quarto d’ora che è solo sfoggio estetico. Ma questo spesso non è compreso da chi ha bisogno di grandi bellezze e di banalità profuse a piene mani. Per fortuna esiste un cinema diverso, va cercato faticosamente e poi condiviso con chi crede ancora alle emozioni che escono fuori dal volto di un uomo e non dalle giravolte di una cinepresa.

Sergio

venerdì 17 gennaio 2014

Woody Allen - Blue Jasmine


Risulta francamente impossibile avvicinarsi a una nuova pellicola di Woody Allen senza essere influenzato dalla sua incredibile carriera passata. Decine di capolavori fino ai primi anni Novanta e poi una deriva preoccupante che lo ha portato, soprattutto nell’ultimo decennio, a titoli francamente superflui (con la felice eccezione di Midnight in Paris).
Gli amanti di Woody Allen, anche senza conoscersi tra loro, sono molto simili agli adepti delle logge segrete della massoneria, si scambiano messaggi in codice sotto forma di vecchie battute dei suoi film e dalla reazione che suscitano capiscono chi fa parte del proprio gruppo. Proprio per il triste declino che il nostro regista ha conosciuto negli ultimi anni, diventano sempre più sfuggenti ed ermetici. Alla domanda se si è visto il suo ultimo film, spesso ti dicono che non ne hanno avuto ancora il tempo (per evitare di dire qualcosa di spiacevole) però, proprio il giorno prima, casualmente, hanno recuperato il dvd di Io e Annie o Manhattan e via con gli elogi…
Con questo, ormai classico metodo di avvicinamento, mi sono accostato al suo ultimo film, Blue Jasmine, pellicola numero quarantaquattro nella carriera alleniana. Il volto della bravissima Cate Blanchett  che risalta sul manifesto del film sembra promettere bene. Paragonata alla bellezza da bambola di Scarlett Johansson la differenza è enorme. Per nostra fortuna.
L’ambientazione non newyorchese della pellicola, girata in gran parte a San Francisco, sembra ribadire la costante del Woody degli ultimi anni abituato a vagare per le città, soprattutto europee, alla ricerca di quell’ispirazione che solo la grande mela e delle volte Parigi gli hanno dato in passato. Ma in questo film New York è più che presente, perché da lì proviene la nostra protagonista che si porta dietro un matrimonio finito e una vita andata a rotoli dopo l’arresto e il suicidio del marito truffatore. Jasmine/Blanchett arriva nella città californiana per ricominciare da zero, ospite della sorella, diversissima da lei e unica persona che può aiutarla a ricostruire la sua vita.

Quando in un film di Allen ti accorgi che dopo la prima mezz’ora di visione non hai ancora fatto un sorriso, le peggiori paure si impossessano in noi adepti alleniani. Pensi di ripiombare in quegli incubi fintamente “alti” di Match Point. Riproposizione delle solite tematiche di aristocratici in crisi con relativo bagaglio psicoanalitico da decifrare. Ma mentre inizi a pensare alle scuse da dire sull’ultimo film di Woody che non hai ancora visto ecco che la storia prende quota come un vecchio motore che sbuffa all’inizio e poi fila via in maniera impeccabile. Blue Jasmine non ha nulla delle commedie tipiche di Allen ma è distante anni luce anche dalle ambiziose e deludenti opere che il regista americano ci ha purtroppo regalato nell’ultimo decennio. La sontuosità dell’interpretazione di Cate Blanchett è sicuramente decisiva nel rendere credibile la pellicola e farci provare una grossa empatia per il personaggio di Jasmine incapace di rifarsi un’esistenza libera dalle macerie del suo passato. Ma anche la scrittura e la regia di Allen sono importanti perché in questo film (finalmente è il caso di dire) il nostro Woody si ricorda di assecondare i suoi personaggi piuttosto che le proprie ossessioni. Intendiamoci, Jasmine è in pieno un personaggio alleniano, per come si muove, per come parla, per il mondo da cui proviene ma non si ha mai la sensazione che ciò che vedi sia la stanca ripetizione di ciò che hai visto (meglio) qualche decina di film fa. Il suo tentativo disperato di riprendersi la propria vita in una città che non conosce e in mezzo a persone mai viste appare credibile e assolutamente in linea con la caratterizzazione del personaggio. Certo non possiamo fare paragoni con titoli come Un’altra donna (anno di grazia 1988) ma la boccata d’aria che il vecchio Woody ci regala è notevole. Alla fine posso dirlo, quando esce un nuovo Allen state certi che noi fanatici il film lo vediamo subito.

Sergio

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venerdì 10 gennaio 2014

Matteo Garrone -Reality


Mi ero ripromesso, dopo avere parlato de La grande bellezza, che avrei ricominciato a scrivere di un film italiano solo per sottolinearne gli aspetti positivi. Dopo numerose visioni che mi hanno lasciato abbastanza perplesso (come gli ultimi titoli di Bertolucci, Soldini e Paolo Franchi) ho dovuto ripiegare su un classico come Viaggio in Italia di Rossellini per risentire un po’ di sano orgoglio cinefilo nazionale. Ma questo non era sicuramente sufficiente a ripagare l’amarezza data da un paese che sembra ormai avere adeguato il livello della sua cultura cinematografica a quello dell’estetica televisiva. Sceneggiature sciatte (o insopportabilmente pompose), tecnica sempre più ridondante e recitazione spesso sopra le righe. In mezzo a tanta desolazione abbiamo ancora, per fortuna, qualche autore che prosegue il suo percorso artistico rimanendo fedele alla sua idea iniziale di cinema che possa servire a raccontare il presente in modo critico, mai ruffiano e capace di utilizzare il mezzo cinematografico in modo serio, come un bravo artigiano che conosce bene i suoi strumenti di lavoro e sa quando deve renderli protagonisti e quando invece deve nasconderli per mettere in risalto la storia che racconta. Mi riferisco a Matteo Garrone regista italiano venuto fuori negli anni Novanta con titoli importanti come Terra di mezzo e L’imbalsamatore e poi confermatosi ad alti livelli con opere come Primo amore e il suo ultimo recente Reality. Sembra abbastanza singolare che per trovare un film che non si abbassi al livello dello sceneggiato televisivo da prima serata bisogna vedere un film che, sin dal titolo, rimandi in maniera diretta a ciò che più televisivo non potrebbe essere, il reality e quel grande fratello che è riuscito ad elevare a modello comportamentale personaggi che, in una società appena più normale della nostra, meriterebbero il più completo disinteresse (se non qualche rimbrotto e il consiglio di andare a leggersi qualche libro).
Garrone è un regista attento alle mutazioni della nostra società, qualcuno ha detto che il suo film è arrivato fuori tempo massimo per il fatto che il fenomeno mediatico del grande fratello non gode più dell’entusiasmo di qualche anno fa. Ma per Garrone non è tanto il format televisivo in questione il centro della storia, ma cercare di capire come la nostra società è cambiata nel corso degli ultimi anni facendoci diventare schiavi di un meccanismo perverso per cui l’apparire, sempre comunque e in ogni modo, è il solo metro di paragone per ritenersi vivi e facenti parte di una comunità. Metro di crescita dell’individuo non è più la capacità di elevarsi culturalmente o riuscire a indicare ai propri figli stili di vita sani e solidali, ma riuscire a farsi notare in un mondo sottosopra dove non conta più se fai la figura dell’idiota perché in mezzo a tanti idioti si capovolge, come in un carnevale, il senso del giudizio è idiota appare l’unico sano.

Luciano, il protagonista del film di Garrone, mette a repentaglio la propria famiglia e la propria esistenza nel sogno folle di partecipare a un programma televisivo che potrebbe significare l’inizio di una nuova vita. Garrone ci presenta Luciano non come una scheggia malata della società ma, semplicemente, come un elemento più debole degli altri che perde la testa dietro ad una illusione che però non è vista come tale dagli altri. Nessuno mette in discussione il fatto che la partecipazione al grande fratello potrebbe veramente significare un punto di arrivo nella vita di un uomo. Ed è probabilmente questo l’aspetto più inquietante del film di Garrone, la nostra società ha completamente capovolto i valori di riferimento e chi non la vede così diventa quasi un alieno. In questo senso diventa magistrale l’idea del regista di aprire e chiudere il film con due movimenti di macchina opposti. All’inizio la macchina da presa arriva dal cielo e si avvicina progressivamente alla città mentre alla fine si allontana progressivamente dal primo piano del protagonista per raggiungere nuovamente le stelle. Ed è bellissimo notare come Garrone si ricordi la grande lezione dei maestri del cinema che sottolineavano gli aspetti tecnici solo quando erano funzionali al racconto e non perché dovevano servire a sottolineare le capacità tecniche del regista. Come diceva Orson Welles la tecnica la puoi imparare in qualche settimana di studio ma la capacità di sapere raccontare ciò che ti sta attorno richiede molto più sacrificio e studio. In Italia questo insegnamento si è quasi del tutto perso ma per fortuna il cinema di Garrone ci da ancora qualche speranza.    

Sergio

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lunedì 6 gennaio 2014

Carlos Saura - Io, Don Giovanni


I rapporti tra l’opera e il cinema sono da sempre stati intensi e pieni di accostamenti spesso nobili. Grandi maestri del cinema si sono misurati nel passato con il ricco repertorio operistico. Abbiamo avuto chi, come Werner Herzog, ha preferito curare esclusivamente la regia a teatro di opere come La donna del lago di Rossini scindendo il mezzo cinematografico da quello musico teatrale. Di contro registi come Joseph Losey o Ingmar Bergman hanno inserito nella loro filmografia delle vere e proprie trasposizioni operistiche (il Don Giovanni per il regista inglese e Il flauto magico per il maestro svedese). In ogni caso non è sicuramente sbagliato affermare che il ricco patrimonio musicale e narrativo presente nella letteratura operistica ha esercitato un enorme fascino su molti grandi registi cinematografici.
Da amante del cinema, ma non esperto di musica d’opera, ho sempre avuto un certo timore nell’esprimere un giudizio sugli adattamenti cinematografici delle grandi opere liriche. I soli strumenti del critico cinematografico mi sono sempre sembrati insufficienti per valutare la complessità di un linguaggio musicale così ricco come, ad esempio, quello mozartiano.

Con questo mio solito timore mi sono avvicinato alla visione di “Io, don Giovanni” di Carlos Saura, grande maestro del cinema spagnolo che però negli ultimi anni sembrava in fase discendente. Saura aveva già trasposto al cinema la Carmen di Bizet realizzando un’opera di grande fascino ma che richiedeva una competenza e un amore preciso per la musica d’opera per potere essere apprezzata fino in fondo. La piacevolissima sorpresa che ho invece avuto guardando questa ennesima riproposizione mozartiana sta nel fatto che, in questo caso, il cinema non arretra di fronte alla nobiltà della musica e del libretto ma è a pieno titolo protagonista dell’opera con pari dignità e rivendicando (forse) un certo predominio. Mentre fino ad ora avevo visto delle opere cinematografiche che (per quanto curate) erano degli accompagnamenti rispettosi delle opere, con questo film Saura ci racconta la genesi dell’opera di Mozart a partire dall’arrivo di Da Ponte a Vienna e del suo ingresso nella corte viennese dell’epoca. Così facendo il regista spagnolo compone (è proprio il caso di dirlo) un’opera di perfetto equilibrio tra linguaggio cinematografico e musicale. Impossibile dire se predomini il cinema o la musica e questo permette a chi non ha grandi conoscenze musicali di apprezzare le arie che Saura inserisce in un incastro equilibratissimo di narrazione filmica e operistica. Il racconto dell’amicizia tra Da Ponte e Mozart cammina di pari passo con le prove della messinscena del Don Giovanni facendoci gustare i due racconti paralleli senza farci sentire irrimediabilmente a disagio per le nostre non eccelse conoscenze musicali. Le curatissime scenografie e la splendida fotografia curata da Vittorio Storaro contribuiscono in maniera decisiva per regalarci un film che credo possa mettere tutti d’accordo, cinefili e melomani, nel godimento di un’opera che sintetizza al meglio le grandi capacità espressive di ogni mezzo.

Sergio

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