martedì 4 marzo 2014

Ali Aydin - Muffa


In giornate di grida sguaiate e patriottici entusiasmi cinefili a dir poco imbarazzanti non è stato forse un caso imbattersi in una pellicola che mi ha confermato che i grandi film si realizzano ancora. E’ sempre più difficile trovarli, sommersi come sono da titoli di scarsa levatura ma di più immediato appeal. Da tempo non sentivo citare Fellini e Maradona (perché insieme? Non so ma non chiedetelo a me), icone di un passato glorioso e per molti aspetti rimpianto. Mi è allora ritornata in mente la frase con cui si chiude l’ultimo film del regista riminese La voce della luna: Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…”. Il silenzio è importante, aiuta a riflettere, serve a capire meglio gli altri, e quando viene usato bene al cinema, con le immagini, i volti e le storie giuste riesce a comunicarti più di tante parole. Sarà per questo che mi porto sempre Buster Keaton nel cuore.

Muffa opera d’esordio del regista turco Ali Aydin è uno di quei film che ti entra dentro come solo le grandi opere riescono a fare. Lo fa rimanendo quasi in silenzio, con pochissimi dialoghi ma con un’espressività così potente delle immagini da farti quasi rimpiangere che sia stato inventato il sonoro al cinema. Il grande cinema turco ci ha abituato con le opere di Yilmaz Güney o Tevfik Başer a narrazioni essenziali. Niente orpelli registici o dialoghi di insopportabile pedanteria. Solo immagini potenti e parole quando servono. Da questa tradizione sembra uscire fuori il film di Aydin (premiato a Venezia con il leone del futuro nel 2012). La trama di Muffa è minima. Un uomo di mezza età, impiegato alle ferrovie, vive da solo dopo la morte della moglie e la scomparsa del figlio avvenuta diciotto anni prima in circostanze mai chiarite. Il senso delle sue giornate viene dato solo dalle sue incessanti richieste, sotto forma di lettere mensili, che l’uomo invia alle autorità per avere notizie sulle sorti del figlio. Come, grazie a una storia simile, si riesca a entrare dentro ad un universo di poesia e di alta riflessione sui rapporti umani è difficile dirlo. Il cinema è capace di questi miracoli quando si realizza con sincerità e con grande applicazione. Non è un cinema spontaneo, c’è più difficoltà a filmare una scena di solitudine di tre minuti che ti colpisce come un pugno, rispetto a un piano sequenza di un quarto d’ora che è solo sfoggio estetico. Ma questo spesso non è compreso da chi ha bisogno di grandi bellezze e di banalità profuse a piene mani. Per fortuna esiste un cinema diverso, va cercato faticosamente e poi condiviso con chi crede ancora alle emozioni che escono fuori dal volto di un uomo e non dalle giravolte di una cinepresa.

Sergio

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