giovedì 22 dicembre 2011

Eduardo De Filippo - Natale in casa Cupiello


I riti sono probabilmente necessari agli uomini,  attraverso il riproporsi di certi contesti l’uomo ritrova il filo rosso che lo lega al proprio passato e gli  permette di guardare alla propria vita con un sentimento di unitarietà. Il Natale, al di là degli aspetti propriamente religiosi, rappresenta il rito più importante del mondo occidentale. L’atmosfera natalizia, che ruffiani messaggi pubblicitari ci vogliono inculcare solo per spendere un po’ di più, è in realtà  uno dei sentimenti più intimi e nello stesso tempo (passando attraverso la sua unicità)  più universali della nostra società. Molti amano questa data, qualcuno non la regge ma è difficile trovare chi rimanga indifferente all’avvicinarsi del 25 dicembre.
Personalmente ritengo che l’atmosfera natalizia riviva attraverso il riprodursi di sensazioni della propria infanzia, se riusciamo a risentire voci, emozioni che ci riportano a quello che sono stati i nostri natali passati ecco che questa atmosfera si appropria di noi. Assieme a volti e luoghi delle antiche feste, per me l’atmosfera ha bisogno di un piccolo sostegno culturale. Quello che per me funge da piccolo rito all’interno  di un rito più grande: mettere su il dvd di Natale in casa Cupiello di Eduardo. Ritrovo immediatamente sensazioni innumerevoli che partono da me bambino e attraverso gli anni mi vedono crescere sempre con quella inimitabile voce edoardiana che dice “te piace ò presepe?”. Parlare di quest’opera da un punto di vista di critica teatrale mi allontanerebbe in questo momento da quello che vogliono essere queste righe. A volte mi chiedo anche se ci riuscirei… forse no, quando qualcosa è così legata alla tua persona come fai a sezionarla con gli strumenti della critica? La guardavo da bambino negli anni Settanta  in televisione, poi negli anni Ottanta comprai la videocassetta e adesso il dvd… ogni volta che si avvicina il Natale Luca Cupiello si sveglia e ricomincia a fare il presepe. E ogni anno  mi convinco sempre di più della grandezza di Eduardo De Filippo. Nessuno come lui riesce a parlarmi degli affetti familiari, delle cose che rendono una vita meritevole di essere vissuta. Di un’umanità che spesso fatico a ritrovare nel mondo. Luca Cupiello era, romanticamente, un illuso… non vedeva il mondo cambiare e, attraverso la costruzione del presepe, riproponeva se stesso da bambino con i suoi affetti inattaccabili e le sue certezze granitiche. Il suo presepe è misero ma lui ci vede il mondo intero, la sua famiglia attraversa situazioni complicate ma lui sembra non accorgersene, per lui esiste solo il Natale che arriva e il presepe da costruire. Ma il suo non è disinteresse, è fiducia nel fatto che solo l’amore rimette a posto le cose. Anche quelle più gravi. Perché quella che può sembrare la fissazione di Luca Cupiello è in realtà una delle più grandi lezioni che Eduardo ci ha lasciato. Non è facile trascriverla con parole questa lezione; sta tutta negli occhi di Luca Cupiello che chiede ancora una volta al figlio, nella scena finale, “te piace ò presepe?”. Gli eventi familiari sono precipitati ma nella risposta del figlio si riapre finalmente la speranza. Lui che rispondeva continuamente con fastidio al padre sull’utilità del presepe, trova alla fine un’illuminazione in quegli occhi e risponde “sì, me piace…” Non è un semplice scambio di battute tra padre e figlio, è una presa di coscienza fortissima da parte del figlio (e quindi della vita che verrà). Come i fedeli napoletani aspettano ogni anno la liquefazione del sangue di san  Gennaro per affrontare con fiducia il futuro, ogni anno attendo l’ultima battuta di quest’opera immensa per vedere se riesco ancora ad emozionarmi e a dire, ancora una volta, “ si, me piace ò presepe…”
Sergio

Natale in casa Cupiello

martedì 20 dicembre 2011

Nanni Moretti - Habemus Papam


Mi si accusa di essere troppo parziale nei confronti di Moretti verso il quale nutro una simpatia esagerata, che forse trascende le sue doti registiche…
Non capisco un granché di inquadrature, tagli e sequenze… e nonostante i miei studi e sforzi, la valutazione che riesco a dare di un film è sempre basata su altri elementi.
Nanni Moretti mi piace. Il suo umorismo mi aiuta a sopportare le cose che nella quotidianità mi deprimono irrimediabilmente. Grazie a lui adesso riesco a ridere ogni volta in cui mi trovo accidentalmente in contesti imbarazzanti quali ad esempio, reading di poesie appena scritte dai nipoti sfigati di Carmelo Bene o aperitivi intellettuali in cui il numero di noccioline è nettamente superiore a quello dei neuroni… immediatamente nella mia testa si fa viva la sua voce che dice “Mi si nota di più se vengo e mi metto in disparte o se non vengo per niente? Vengo e mi metto vicino a una finestra, di profilo, in controluce…?” Così riesco a tornare a casa sorridendo.
Mi sembra che Moretti riesca a migliorare la realtà con la sua chiave comica, rendendola così anche più “umana”… se prendiamo da questa parola ciò che ha ancora di buono da offrire. E’ questo il caso di Habemus Papam, perché quella che il regista dipinge è a mio parere una Chiesa migliore di quello che è in realtà… la Chiesa però non sembra essere di questo parere (e la cosa non mi stupisce per niente), anzi ha addirittura sollevato una grossa polemica invitando la gente a boicottare le sale in cui si proiettava la pellicola (anche dal punto di vista della strategia adottata… nulla di nuovo sotto al sole).
Lo spunto narrativo mi è sembrato bellissimo: il neo-eletto santo padre si sente schiacciato dal ruolo e dalla responsabilità assegnatogli e cade in uno stato di panico che non gli permette di iniziare a svolgere il suo mandato. Entra così in ballo la psicoanalisi, con un Moretti che recita sé stesso alle prese con una terapia impossibile. E’ possibile indagare sui sogni del Papa? Meglio di no. Sulle sue fantasie sessuali? Assolutamente no! Un accenno alla mamma? Meglio di no. La macchina-Chiesa si mette in moto per mantenere il segreto e salvare le apparenze e, mentre il Papa tenta la fuga mescolandosi tra la gente comune di Roma, il Moretti psicologo rimane prigioniero del Vaticano regalandoci le scene più comiche di tutto il film.
A questo punto devo aprire una grossa parentesi che riguarda Michel Piccoli… la sua bravura è quasi divina (per restare in tema)… Un colosso della scena che recita con ogni singolo muscolo del corpo, rendendo indelebile anche la sfumatura emotiva più lieve. Il personaggio che indossa, arriva dritto al cuore, ci mostra un Papa estremamente umano, impaurito, un po’ bambino, disperatamente in fuga verso i suoi ricordi di gioventù, legati ad una vita senza abiti sacri.
Quando lo sbandieramento gaudioso della folla di fedeli in piazza San Pietro si arresta impotente davanti alla debolezza del Papa che non riesce ad assumersi la responsabilità di essere guida di una Chiesa così fatta… il film sembra finire con un retrogusto amaro e qualcosa di irrisolto. Ma dopo averci riflettuto un po’, ho apprezzato moltissimo la scelta di Moretti. Se davvero la Chiesa si vestisse di un’umanità più sincera e vacillasse anche solo per un attimo davanti alle sue certezze… sarebbe un ottimo modo per ricominciare in modo diverso e un’occasione per i fedeli di elaborare con coscienza, oltre che con fede, dei dogmi piovuti dall’alto… 
Gabri

lunedì 12 dicembre 2011

Yasujiro Ozu (12/12/1903 - 12/12/1963)


Il 12 dicembre del 1963 Yasujiro Ozu avrebbe compiuto sessant’anni ma quello fu pure il giorno della sua morte. Questo non è un evento usuale ma Ozu non è stato di  certo una persona comune. Ritengo il suo cinema tra le creazioni più alte che il mondo della settima arte abbia prodotto in poco più di cento anni di vita. Conobbi i suoi film quando pensavo di avere già abbastanza esperienza nel campo delle conoscenze cinematografiche ma la visione dei suoi capolavori rimise in discussione tutte le mie teorie sul cinema. I film di Ozu erano qualcosa di straordinariamente nuovo, non riuscivo ad accostare la sua arte a quella di nessun altro autore. I suoi capolavori più grandi parlano del Giappone del dopoguerra, di una società profondamente segnata dall’esperienza atroce della seconda guerra mondiale. Ozu parlava di questo attraverso storie familiari, storie minime, rapporti tra padri e figli, generazioni a confronto in un mondo che cercava di rinascere dalle macerie. E’ stato definito il regista più giapponese per la sua profonda immersione nei riti della società nipponica ma, magicamente, parlando in maniera così specifica di un mondo a noi lontano nel tempo e nello spazio, riesce a parlare a tutti. Capacità che solo i grandi artisti hanno, trovare il mondo attraverso la visione di una piccola realtà quotidiana. Cominciai a vedere i suoi film in maniera quasi ossessiva, mi accorsi che le trame sembravano sempre molto simili ma quello che potrebbe essere un limite per altri registi, per Ozu diventava un valore aggiunto. Anche se iniziavo a confondere le trame di Viaggio a Tokyo, Tarda primavera, Il gusto del sakè, C’era un padre o Tardo autunno, scoprivo che di Ozu non potevo più farne a meno. Quando la malinconia o la stanchezza di un giorno faticoso si impadronivano di me ecco che Ozu mi prendeva per mano e mi faceva scoprire di nuovo la bellezza della vita. Come le commedie di Eduardo De Filippo ti donano un’umanità che, delle volte, non senti più di avere o come i quadri di Vermeer che riescono a darti serenità senza che tu sappia bene il perché, ecco che il cinema di Ozu ti restituisce tutto lo splendore dell’esistenza in un modo assolutamente misterioso.
Scoprì che quasi tutti i grandi registi della storia del cinema amavano Ozu, anche se sembravano distanti anni luce dalla sua poetica e dalla sua tecnica. Ozu fu anche un grande innovatore della tecnica cinematografica e le sue composizioni figurative hanno fatto scuola. La sua capacità di fare interi film senza un solo movimento di macchina (ma sfido chiunque ad accorgersene senza che lo sappia prima…) è straordinaria. Forse può sembrare eccessivo affermarlo (ma non per chi ami le sue opere) ma per me, malato di cinema da tanto tempo, esistono due storie del cinema. Una è quella di Yasujiro Ozu, nella seconda prendono spazio tutti gli altri. Non è questione di maggiore o minore importanza ma soltanto impossibilità di inserire Ozu all’interno di un discorso che racchiude anche altri autori.
Qualcuno ritiene esagerato il mio amore per il suo cinema ma sono sicuramente in buona compagnia. Quando a Wim Wenders (reduce dal suo Il cielo sopra Berlino, film sugli angeli e sull’animo umano), chiesero se credesse a una vita dopo la morte lui rispose che non sapeva se esistesse o meno un Paradiso ma era sicuro che sulla terra il posto che più gli si avvicinava era dentro i film di Yasujiro Ozu…
Arigatò.
Sergio      

domenica 11 dicembre 2011

David Mamet - Redbelt


Mike Terry (Chiwetel Ejiofor) è un insegnante di Ju Jitsu brasiliano (variante del più antico Ju Jitsu giapponese, sviluppatosi in Brasile agli inizi del '900, grazie a un console giapponese e ai suoi allievi del posto). Crede fermamente nei valori che il vero Ju Jitsu vuole tramandare, è contro il combattimento sportivo, sostenendo che “indebolisce” il vero guerriero; potremmo definirlo un samurai dei giorni nostri.
In una società come la nostra, però, un credo di ferro come il suo ha vita difficile. Le varie intemperie economiche che gli pioveranno addosso metteranno a durissima prova tutti i valori che difende.

Drammaturgo ormai esperto e praticante di arti marziali da tanti anni, David Mamet ci presenta una storia asciutta, ricca di colpi scena, in cui parla di resistenza e di valori, di una società sporca in cui domina solo il dio denaro, e dove anche coloro che rappresentano quelle che dovrebbero essere piccole oasi di purezza, sono marci fino al midollo. Pochi personaggi rappresentano una lotta a questo sistema, una lotta che difende quei valori che non giovano al profitto ma rimangono necessari, sempre e comunque, all'essere umano.

Metafora di tutto: il Ju Jitsu.

Letteralmente “arte della cedevolezza”, il Ju Jitsu è la madre di tutte le arti marziali giapponesi, nata intorno al 1200 d.C. ad opera dei samurai. Il suo concetto fondamentale risiede nella cosiddetta “leggenda del salice”: durante le abbondanti nevicate, i rami di tutti gli alberi vengono spezzati dal peso della neve che si accumula. Il salice, invece, i cui rami sono flessibili, resta intatto perchè la neve scivola sul ramo che “cede” e non contrasta la forza della neve. La leggenda vuole che un samurai, osservato questo fenomeno, applicò il principio di cedevolezza in fase di addestramento, imparando a sfruttare la forza dell'avversario.

Una sceneggiatura a dir poco eccellente, da prendere come esempio per le nuove generazioni di scrittori. Concisa, essenziale, mai banale, in una parola: perfetta.
Magistrale anche l'interpretazione di Chiwetel Ejiofor, che rende così pieno di sfumature il personaggio principale, che vive una lotta interiore tra i valori in cui crede, e la situazione tragica in cui si trova.
Ben lungi dall'essere il solito film di arti marziali che tutti s'aspettano, il regista americano prende come spunto l'enorme e profondissima filosofia del Ju Jitsu per porci una riflessione sulla nostra società, senza voler imporre necessariamente una morale, senza far retorica.
Essenziale, deciso, preciso e necessario, proprio come il Ju Jitsu.


Robin

martedì 6 dicembre 2011

Mario Martone - Noi credevamo


Incontrai per la prima volta Mario Martone in un’estate dei primi anni Novanta durante il festival del cinema di Taormina. Stava preparando L’amore molesto (uno dei suoi film migliori) e mi colpì molto il fatto che leggesse, durante un incontro con la stampa, alcune pagine del suo diario di lavorazione sul set che riguardavano non il film che stava girando, ma delle riflessioni che Francois Truffaut faceva sulla propria idea di cinema ai tempi della realizzazione del suo Enfant sauvage. Autori lontani nel tempo e nello spazio che comunicavano a me, giovane appassionato di cinema, la medesima passione per un’arte, quella cinematografica, che non avrebbe più smesso di farmi compagnia.
Il cinema di Martone non mi ha mai deluso (tranne forse con L’odore del sangue). Dalla Morte di un matematico napoletano al citato L’amore molesto fino a Teatro di guerra, i suoi film sono sempre nati da esigenze forti; racconti di vite normali eppure straordinarie come quella del matematico Renato Caccioppoli o esperienze di teatriinguerra dove il conflitto nasce dal tentativo di fare teatro, e quindi vita, in una realtà in cui la vita non sembra più occuparsi dell’arte.
Quando quest’anno è uscito Noi credevamo, film sul Risorgimento che Martone preparava da anni e che, giustamente, è arrivato nel 150° anniversario dell’unità d’Italia, le aspettative erano tante e, al di là degli encomi istituzionali dovuti e scontati, il film rappresenta una ulteriore conferma delle qualità artistiche di Martone. Tratto dal libro omonimo di Anna Banti, il film racconta gli eventi italiani che, a partire dal 1828, portarono l’Italia ad una unificazione sofferta e forse mai veramente realizzata. La ricostruzione scenografica dell’Italia di allora è di altissimo livello così come l’interpretazione degli attori, forse dai tempi del Gattopardo viscontiano non avevamo una rappresentazione così viva di quegli anni. Inevitabilmente parlare di una storia che tocca le origini del nostro essere nazione ci porta a considerare questa pellicola su piani non esclusivamente cinematografici. Non è questo il luogo di riflessioni storiche ma mi sembra importante il fatto che Martone abbia scelto, per parlare del Risorgimento italiano, la storia di tre ragazzi del Cilento che dal sud credevano di combattere per un traguardo che forse non era proprio quello che si realizzò a partire dal 1861.
Probabilmente il Risorgimento non è mai stata una vera rivoluzione. Dopo quasi tre ore di film il momento che mi rimane maggiormente impresso è un passo di una lettera di Cristina di Belgioioso  l’albero è stato piantato, con delle radici malate ma è stato piantato…”;  l’albero dell’Unità d’Italia mi convinco sempre più essere frutto  del primo grande compromesso del paese. Una Rivoluzione che avrebbe dovuto portare la Repubblica e che invece si accontentò dei regnanti piemontesi… un meridione che voleva liberarsi della dominazione straniera e che finì per pagare ancora più tasse invece che ai borboni ai nuovi governanti. E’ un senso di insoddisfazione che ti lascia la visione di questo film, ma non per il valore (alto) della pellicola ma perché ci ricorda ancora una volta come il nostro paese si sia sempre fermato qualche metro prima dell’obiettivo con il risultato che l’ardore e l’idealismo puro dei patrioti di allora sia ormai definitivamente tramontato dopo un secolo e mezzo di accomodamenti continui.
Sergio

Scena film - Discorso di Mazzini (Toni Servillo)