domenica 8 dicembre 2013

Viaggio in Italia - Roberto Rossellini



Quando nel 1953 il film di Roberto Rossellini Viaggio in Italia fece la sua apparizione, i giudizi furono quasi tutti negativi. Gli unici ad avere compreso che dietro quella pellicola il cinema stava compiendo un passo enorme verso le sue potenzialità massime, furono i ragazzi terribili che lavoravano alla redazione dei Cahiers du cinéma. Giovani critici che ancora non avevano realizzato film ma dopo qualche anno avrebbero dato vita ad una nuova rinascita dell’arte cinematografica. I suoi nomi sarebbero poi diventati familiari per ogni appassionato di cinema: François Truffaut, Jean Luc Godard, Jacques Rivette. Quest’ultimo ebbe a scrivere “Con l’apparizione di Viaggio in Italia tutti i film sono improvvisamente invecchiati di dieci anni”.
Nel 1953 la breve e intensissima stagione neorealista era ormai conclusa e Rossellini, assieme agli altri autori che resero grande il cinema italiano, continuava il suo percorso artistico da una posizione assolutamente personale che avrebbe definitivamente distanziato il suo cinema da quello di Visconti o De Sica. Già con Stromboli, nel 1949, Rossellini era riuscito a dare alla Bergman un ruolo magnifico esaltando quel dissidio esistente tra la sua figura di donna straniera, algida e moderna, e l’interno di un panorama culturale chiuso e soffocato come era l’isola eoliana. Il magnifico finale del film quando la Bergman si lasciava rotolare lungo il declivio del vulcano implorando un’unione mistica con l’assoluto è una delle immagini più forti che il cinema rosselliniano ci abbia regalato. Viaggio in Italia porta alla perfezione assoluta il discorso iniziato con Stromboli. Una coppia di inglesi, benestanti e non più giovanissimi, si recano a Napoli per risolvere una questione amministrativa. Il loro viaggio segnerà però la messa a nudo del loro rapporto privato. Fuori dalle certezze date dal loro ambiente di provenienza dove il lavoro e lo status sociale servono da corazza all’analisi della propria intimità, l’arrivo in una Napoli distante e incomprensibile, segna l’inizio di un percorso interiore che li porterà alla separazione e poi, forse, ad un nuovo riavvicinamento. La Napoli di Rossellini, come Stromboli di qualche anno prima, rappresenta il legame dell’uomo con la terra, con tutto ciò che essa possiede di ancestrale e che ci lega al nostro io più profondo e misterioso. Per condurci all’interno di questo mondo, Rossellini ci guida attraverso i luoghi maggiormente carichi di tradizione del mondo napoletano, dal cimitero delle Fontanelle all’antro della Sibilla Cumana, dalle rovine di Pompei alle solfatare di Pozzuoli. Attraverso ognuna di queste tappe il personaggio femminile, interpretato ancora una volta da un Ingrid Bergman inarrivabile per bellezza e bravura, avverte sempre più l’angoscia data dall’avvicinamento a quel mondo atavico mai conosciuto prima. Un grado nuovo di conoscenza, quasi una scoperta antropologica quella nella quale Rossellini ci immerge. Alla fine di questo viaggio, e proprio nel mezzo di una processione popolare, i protagonisti non saranno più gli stessi di prima.
Il cinema come viaggio dentro l’anima dell’uomo per scoprire quanto forte e devastante sia stato per l’essere umano il distacco dalla terra, sia pure misteriosa e inconoscibile, per affidarsi alla sola fredda ragione. Rossellini ci da i brividi che solo la grande arte riesce a comunicarci quando ci mette di fronte all’infinito. Pensare che dopo qualche tempo dalla realizzazione di questo film lo stesso autore partì per un lungo viaggio verso l’India per un viaggio alle origini dell’uomo, ci fa comprendere ancora di più quanto sincero fosse il percorso dell’autore italiano che ritornò da quel viaggio trasformato sia dal punto di vista privato che artistico.

Il giorno che film come questi saranno proiettati regolarmente nelle scuole, o alla televisione, potremmo avere qualche speranza che il cinema italiano possa ritornare ad essere grande e a regalarci nuovi brividi (e non solo quelli d’orrore che troppo spesso ci dona nel presente).

Sergio





venerdì 6 dicembre 2013

Il caso Kerenes - Calin Peter Netzer



Non si contano più le lezioni di cinema che arrivano negli ultimi anni dalla Romania. Possiamo affermare che, dopo la grande novità del cinema iraniano e di quello coreano negli ultimi decenni del secolo scorso, sia ormai la Romania il paese che è riuscito a tradurre il reale contemporaneo in opere cinematografiche di grandissimo spessore come probabilmente nessuna altra scuola mondiale attualmente realizza.
 Un altro grande film, orso d’oro a Berlino 2013, quello di Calin Peter Netzer “Il caso Kerenes”. Riuscire a coniugare in un’opera cinematografica il piano privato a quello pubblico non è mai impresa facile. Riuscire a farlo parlando di un paese pieno di contraddizioni e di ancora fresca nascita “democratica” come la Romania è, probabilmente, ancora più complicato.
Calin Netzer racconta una storia semplice pur se calata in una dimensione dolorosa. Una famiglia dell’alta borghesia romena, vive la quotidianità in maniera non molto dissimile da quell’occidente europeo per anni desiderato. Tra infedeltà coniugali più o meno velate, intrallazzi politico economici che sono vissuti come la norma e feste dove trionfa il kitsch, si fatica a credere che la Romania (o almeno una sua parte) sia riuscita ad integrare in così pochi anni, il peggio della sotto cultura che noi italiani siamo riusciti ad esportare. Probabilmente non è neanche un caso che la musica che i personaggi del film ascoltano è sempre italiana a riprova di una colonizzazione dell’immaginario che ha dato i suoi tristi risultati. In mezzo a questa amena quotidianità deflagra un giorno la tragedia; un ragazzino di quattordici anni viene investito ed ucciso dal figlio di una delle protagoniste del film. Inizia allora lo squallore dei tentativi della famiglia per evitare la condanna del figlio, testimonianze finte, tentativi di corruzione verso i poliziotti che si occupano del caso e discesa in campo di tutte le possibili amicizie influenti. In un trionfo di cinismo non rimane più un briciolo di umanità in personaggi che si muovono come robot. Ma il dolore è un sentimento troppo forte per essere nascosto a lungo. La tragedia del povero ragazzo entra gradualmente nelle vite di plastica dei protagonisti fino a costringerli a fare i conti con dei sentimenti nuovi. Il dovere delle scuse alla famiglia vittima della tragedia, da fastidioso impegno necessario a preservare da pericolose denunce, diventa il confronto tra due culture del paese, quella rimasta ancorata a valori semplici ma inattaccabili come la dignità e l’onestà e quella che invece ha perso la propria anima nella rincorsa a quei valori posticci riflessi da un occidente malato attraverso (probabilmente) gli schermi televisivi.

Netzer riesce a fare grande cinema senza usare grandi mezzi produttivi. Un cinema fatto di idee, di poesia, di sensibilità. Pieno di tutti quegli ingredienti di cui il cinema italiano era ricco fino a qualche decennio fa. Il cinema rumeno ci da una lezione morale, quasi rosselliniana nella sua intransigenza. A noi non resta che guardarlo con ammirazione e sperare che possa portare i suoi frutti anche in una cinematografia nostrana insopportabilmente piena di grandi tecnici e pochissimi narratori.

Sergio

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mercoledì 20 novembre 2013

Quentin Tarantino - Django Unchained



Quentin Tarantino riesce sempre a stupirmi. Tutte le volte che mi aspetto grandi cose da lui mi delude regolarmente e, mentre stavo ormai per perdere le speranze, ecco che con Django Unchained tira nuovamente fuori quella classe visiva che indubbiamente possiede.
Ho sempre pensato che Tarantino abbia delle qualità di scrittura e di messa in scena di notevole levatura. Allo stesso tempo ho sempre cercato di mantenermi fuori dalle partigianerie eccessive che da sempre lo accompagnano. Esaltato o odiato in misura sempre più alta di quanto non meritasse. Probabilmente anche questo è uno dei motivi per cui aspetto sempre un po’ prima di vedere i suoi film, non farsi distrarre dalle eccessive urla di giubilo e di orrore che i suoi titoli si portano dietro è ormai per me una regola imprescindibile. Eccomi quindi a parlare di Django quando tutti i fan del regista lo hanno già visto e i suoi detrattori (probabilmente) non lo vedranno mai. Come detto all’inizio non mi aspettavo grandi cose da quest’opera che arrivava dopo una serie di film (da Kill Bill 1 e 2, all’orrendo Grindhouse e al sopravvalutato Bastardi senza gloria) che ho sempre definito girati con la mano sinistra da un regista che, pur divertendosi sempre di più a giocare con il suo mezzo preferito, dimenticava che il cinema è (anche) capacità di andare oltre all’immagine ben fatta e alla battuta sapientemente costruita. Avevo perso la speranza di rivedere il Quentin di Pulp Fiction o delle Iene o quello sottovalutato, ma per me magico, di Jackie Brown. Pensavo che probabilmente la filosofia cinematografica pulp si era definitivamente inaridita, prosciugata da decine di registi scadenti a cui bastava far vedere un po’ di sangue e qualche turpiloquio linguistico per definirsi tarantiniani (e tarantolati). Penso che il buon Quentin questo lo avesse avvertito e sapesse anche di essere arrivato a un punto di svolta. Continuare a fare film adatti solo ai suoi fan oppure ritornare ad essere quel regista che, pur amando sangue e parolacce, è un profondissimo conoscitore di cinema (e non soltanto quello trash come purtroppo molti credono).

Django Unchained è un film che ad ogni inquadratura porta la firma del suo autore; guardandolo pensavo che finalmente al suo ottavo lungometraggio Tarantino ha deciso di omaggiare il cinema del selvaggio west da lui tanto amato. Probabilmente questa ambientazione ha anche favorito la credibilità della sua messinscena: cosa meglio di un buon vecchio western per giustificare le sinfonie splatter del nostro autore? Ma, fortunatamente, questa volta si va oltre la sapienza visiva e l’irresistibile ritmo delle battute. Nel film i personaggi e la storia sono di grande spessore. Dietro la storia dello schiavo Django, affrancato da un improbabile (ma irresistibile) medico tedesco e con lui diventato un feroce cacciatore di taglie, abbiamo una lucidissima analisi dell’universo dell’America razzista del diciannovesimo secolo. Il tutto naturalmente sotto la lente grottesca di Tarantino che però ha il pregio di non mandare tutto in caciara (come ha qualche volta fatto nel recente passato). L’autore ha il grosso merito di calare il suo mondo, fatto di personaggi unici e, spesso, divertentissimi, all’interno di una storia che non perde mai la sua linearità, difetto che in passato mi provocava un’infinita noia alla visione delle sue opere. Tarantino quando riesce a non farsi prendere la mano, lasciandosi distruggere dal suo essere eccessivamente anarchico, credo sia un autore di altissimo livello. Come i grandi maestri del cinema ci hanno sempre insegnato nel passato, essere dei geni non basta per fare cinema di alto livello se non si possiede anche un rigore narrativo e ritmico dato da uno studio serio. Quando Tarantino si ricorda che, oltre ad amare gli spaghetti western e tutti i film di serie zeta, è anche un profondo conoscitore del cinema alto (non a caso la sua casa di produzione cinematografica di chiama A band Apart omaggio dichiarato a quel genio di Jean Luc Godard), le sue opere riescono a essere irresistibili e originali che magari non piaceranno a tutti (o piaceranno troppo ad altri) ma a me riusciranno sempre a donare un paio d’ore di divertimento. Speriamo che Quentin continui così.

Sergio 

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mercoledì 13 novembre 2013

Prima dell'alba (1995) - Prima del tramonto (2004) - Before Midnight (2013) - Richard Linklater




Era il 1995 quando, giovane studente universitario con il chiodo fisso del cinema, mi capitò di entrare in sala per vedere un film di un giovane autore statunitense, Richard Linklater. Il film era Prima dell’alba è credo che il motivo principale che mi spinse ad entrare fu la presenza di Julie Delpy, attrice della quale non perdevo un titolo dopo averla vista in Film bianco di Kieslowski. Non mi aspettavo niente di più di una piacevole commedia e non avrei mai pensato, dopo diciotto anni, di parlarne ancora.
Quel film parlava di due ragazzi, Céline e Jessie, lei francese lui americano che, su un treno diretto a Vienna, si conoscono, si parlano e non sanno ancora che da quel momento la loro vita avrebbe preso una direzione del tutto nuova. Lui dovrà prendere un aereo per tornare negli Stati Uniti mentre lei deve rientrare a Parigi ma decidono di scendere a Vienna e prendersi una pausa di una notte. Una notte che passeranno a camminare per le strade della città, parlandosi, conoscendosi e, probabilmente, amandosi. Poi l’arrivo dell’alba e la separazione. Ognuno verso la propria destinazione ma con una promessa: rincontrarsi dopo sei mesi nello stesso posto. Un’opera piena di dialoghi ma avvincente, perché in quel film c’era molto di più di un semplice incontro tra due ragazzi, c’era tutta la vita che due ventenni sognano di avere, con i desideri, le paure e il coraggio che solo a quell’età puoi possedere. Passarono i giorni e mi accorsi che quel film l’avevano visto in tanti, all’università tra dotti disquisizioni letterarie e ansia da esami vicini arrivava il momento in cui si parlava di cinema e su questo strano film che tanti avevamo visto. “Ma tu cosa avresti fatto al posto di Céline?” chiedevo alle ragazze illudendomi di trovare la chiave per comprendere l’incomprensibile, “e perché Jessie decide di prendere quel maledetto aereo?” mi rispondevano. Da lì, e a partire da quel film, si parlava della vita, dell’amore e dei sottili equilibri della vita. Il cinema compiva la sua magia, avvicinava le persone e aiutava a farle conoscere.
Passano gli anni, il periodo universitario è un bellissimo ricordo ma ero alle prese con situazioni nuove, tante cose erano cambiate in me tranne la passione per il cinema. E’ il 2004 e al cinema arriva Prima del tramonto, stesso regista e stessi attori di dieci anni prima. Credo di essere entrato allo spettacolo pomeridiano tanta era la curiosità di ritrovare di nuovo Céline e Jessie. Hanno dieci anni in più, hanno da poco superato i trenta e anche io ho la loro stessa età. Si rincontrano per caso, o forse no, sono a Parigi in una libreria, lui è diventato uno scrittore e presenta il suo libro che parla di un incontro a Vienna di dieci anni prima. Ecco la vita che riannoda se stessa. Tutto scritto a tavolino? Poco credibile? No, un altro grande film, altri dialoghi di altissimo livello, comincio a capire quelli che avevano l’età di Antoine Doinel nei film di Truffaut di quarant’anni fa. Il cinema segnava di nuovo delle esistenze con i ritmi esatti, senza scarti veloci, prendendosi il tempo giusto, il tempo della vita che è anche quello degli spettatori che crescono assieme ai personaggi. Il film terminava con una delle scene più sensuali del cinema moderno, Céline mette su un disco di Nina Simone, le note di Just in time la accompagnano nei movimenti mentre la macchina da presa rende la sua immagine eterna. Non sai cosa accadrà di loro, vivranno insieme? Si separeranno? Ma in fondo sono domande inutili, sarà il tempo a dirlo, non si può fare altro che aspettare e nel frattempo continuare a vivere la tua di vita.

Passa un altro decennio, siamo ai giorni nostri, l'esistenza ha compiuto un’altra rivoluzione copernicana, tutto è di nuovo cambiato (tranne ovviamente l’amore per il cinema). Arriva Before midnight, Céline e Jessie rientrano ancora nella mia vita, adesso sono per me come due vecchi amici, non mi stupisco del loro arrivo. Guardo il film e mi sembra di non essere più uno spettatore ma un protagonista della storia raccontata. Nel film c’è forse un tono più disilluso rispetto al passato ma a quarant’anni non si sogna allo stesso modo dei venti, diventi più consapevole dei traguardi raggiunti e sai che per mantenere l’equilibrio devi trovare il giusto compromesso tra i sogni dei tuoi vent’anni e le responsabilità dei tuoi quaranta quando, per la prima volta, cominci a capire che il tempo che passa diventa pian piano il tempo che resta. Guardo il film da solo prima dell’inizio della mia lezione e penso, mentre mi avvicino alla fine, che una delle grande differenze con quella prima visione di diciotto anni prima sta nell’assenza di condivisione con gli altri. Sarò rimasto l’unico folle ad emozionarsi ancora alla storia di Céline e Jessie? Mentre me lo chiedo entra un mio allievo che dà uno sguardo allo schermo e dice “Before midnight, che bello, l’ho visto qualche giorno fa,non ho perso nessuno dei loro film…”. Iniziamo a parlare del film mentre Il cinema ritorna, ancora una volta, a spiegarmi la magia della vita e sui titoli di coda la voce straordinaria di Céline mi sta, probabilmente, dando un altro appuntamento.


Clip - Prima del alba 



domenica 10 novembre 2013

Abel Ferrara - Mulberry St.


Quando associamo il cinema alla città di New York, per la maggior parte degli amanti della settima arte, i primi nomi che vengono alla mente sono quelli di Woody Allen, Spike Lee e Martin Scorsese. Mentre Allen rappresenta la città vista dalla prospettiva alta e borghese di Manhattan e Spike Lee rispecchia la comunità afro americana, il cinema di Scorsese è, almeno agli inizi, stato considerato come figlio di Little Italy e di tutta la cultura italo americana che quel quartiere rappresenta. Ritengo però che accanto al nome di Scorsese vada inserito quello di un altro grande regista che condivide con Scorsese le stesse radici italiane, Abel Ferrara.
Abel Ferrara è visto da molti come un autore maledetto del cinema e in effetti il suo cinema è sempre stato poco incline alle leggi del buon gusto estetico (regola alla quale anche Scorsese si è più volte adattato). Autore di capolavori come Il cattivo tenente, The addiction e Fratelli, Ferrara è anche riuscito a realizzare film del tutto trascurabili come Go go tales o New Rose hotel, ma nella sua discontinua produzione artistica non si può certo negare il marchio del grande autore. La storia artistica di Ferrara meriterebbe la scrittura di un libro tanto è ricca di eventi a dir poco singolari. Debutta negli anni Settanta addirittura con un film hard core di cui è interprete e regista per poi passare al cinema horror. Negli anni Ottanta i suoi titoli cominciano a essere sempre più considerati da critica e pubblico specialmente dopo King of New York (che offre una grandissima prova di Christopher Walken). Il suo cinema, fino agli Novanta, è percorso da una grandissima tensione etico religiosa (ed è naturale l’incredulità di chi pensa ai suoi inizi) calata in una realtà spesso bassa come quella delle strade più marginali di Little Italy. Assieme allo sceneggiatore Nicholas St. John, Ferrara riesce a dare un affresco della cultura italo americana, costantemente in bilico tra tradizione e progresso, religione e consumismo che non ha eguali sul grande schermo. La scrittura lucida e disperata del suo sceneggiatore unita alla sua capacità visiva riesce a tradursi sullo schermo in opere altissime. Ma a metà degli anni Novanta succede qualcosa di strano, Nicholas St. John stanco del cinema si rinchiude in convento e Ferrara perde il collaboratore storico per le sue opere. A partire da quel momento il suo cinema nasce dimezzato; rimane la forza espressiva delle immagini di un grande autore ma scompare quella tensione esistenziale data dalla scrittura di St. John. Pur continuando ad essere considerato un autore di prima fascia il suo cinema non raccoglie più gli entusiasmi passati.

Negli ultimi anni però Ferrara sembra avere ritrovato una discreta carica autoriale soprattutto in campo documentaristico. Realizza dapprima Chelsea on the rocks (2008) che narra la storia del famoso albergo newyorchese, patria degli artisti bohemienne del Novecento, da Dylan Thomas a Janis Joplin passando per Bukowski e Sid Vicious e poi Mulberry St. (2009) dove, con grande ispirazione, Ferrara si immerge nelle strade della sua Little Italy per raccontarne la trasformazione nei giorni della festa di San Gennaro. Un pezzo di Italia antica si riappropria in pieno delle sue tradizioni e caratterizza quel quartiere di New York in maniera ancora più forte di quanto non faccia normalmente. Ferrara si trova perfettamente a suo agio nel narrare un mondo e una storia che gli appartengono in pieno e il film diventa una piacevolissima scoperta di una cultura che troppo spesso i film ci fanno vedere sotto la lente, a volte irreale, della fiction cinematografica. Ferrara interpreta se stesso, lo stesso fanno i suoi amici e anche gli attori (come Matthew Modine) che lo vanno a trovare tra le strade del quartiere. Per novanta minuti si conoscono personaggi singolari che costituiscono l’anima storica della Little Italy che lentamente è destinata a scomparire, ma si parla anche di cinema, delle paradossali storie che, nell’arco dei decenni, sono capitate al regista per terminare i suoi film a partire da quello strano esordio che nel quartiere molti ricordano. Grande opera a metà strada tra diario intimo e cinema documentaristico. Se Ferrara continuasse così potremmo non rimpiangere più la fuga mistica del suo sceneggiatore.

Sergio

venerdì 8 novembre 2013

Pietà - Kim Ki Duk


Kim Ki Duk è uno di quegli autori per cui vale sempre la pena intrattenersi. I suoi film, assieme a quelli di Park Chan Wook, hanno contribuito in modo decisivo a fare conoscere il cinema coreano in Italia. Dalla fine degli anni Ottanta la sua produzione artistica è stata fondamentale per ogni appassionato della settima arte. Il suo cinema, fatto di rigore formale, fortissima violenza espressiva e sublime poesia, ci ha insegnato sulla moderna cultura orientale quello che Yasujiro Ozu ci ha spiegato sul Giappone del Novecento.
Pietà ha vinto lo scorso anno a Venezia il leone d’oro come miglior film; per Kim non è certo una novità fare incetta di premi in Europa. Questa pellicola era particolarmente attesa perché segnava il suo rientro artistico dopo anni di auto isolamento dovuto a una fortissima depressione (descritta in maniera strabiliante nel suo video diario Arirang).
Nei sobborghi di una città coreana un uomo gestisce il recupero dei crediti per conto di un’organizzazione criminale, i metodi che segue sono quelli di un torturatore. Il trattamento che destina agli insolventi sono di una violenza devastante, il tutto mentre la sua vita trascorre piatta e solitaria. Ma l’apparire di una donna misteriosa, che afferma di essere la madre, comincerà a incrinare le sue certezze facendo diventare il protagonista un soggetto debole (o meglio umano), prigioniero delle sue paure e del trauma di poter perdere la persona che ama. Come sempre il soggetto della storia, nelle mani del regista coreano, diventa ricco di metafore e simbolismi che trasformano la narrazione in un trattato sulla condizione umana. Purtroppo emerge la sensazione che ciò che Kim mostra in questo film sia la ripetizione (in peggio) di ciò che egli stesso ha fatto nelle sue opere passate. La solitudine, la vendetta, la pietà, concetti centrali della sua opera, eccedono probabilmente troppo, fino a diventare metafore troppo scoperte e, di conseguenza, superflue.
Se fosse stato il primo film visto di Kim Ki Duk avrei, probabilmente, dato un parere positivo ma so di cosa lui è capace quando non premette, alla propria ispirazione, una troppo forzata volontà di essere didascalico. A ciò si aggiunge un’eccessiva voglia di colpire con uno stile visivo un po’ troppo duro (anche per chi è passato indenne alla visione de L’isola).

A differenza di altri autori, definitivamente rovinati da una mortale auto celebrazione, continuo a confidare nel cinema di Kim Ki Duk probabilmente perché continuo a ritrovare nelle sue storie una meravigliosa ossessione alla ricerca dell’umanità di un mondo ormai a brandelli. Non sempre riesce a essere lucido ma è sicuramente coerente. E allora, in attesa del suo ultimo Moebius, mi rimetto a guardare quello che ritengo essere uno dei film più belli del decennio scorso: La samaritana.

Sergio

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martedì 5 novembre 2013

Another year - Mike Leigh


Guardare un film di Mike Leigh ricorda un po’ le atmosfere di certe cene che organizzi con gli amici, quelli veri, quelli che, nonostante gli anni trascorrano, ti danno la certezza di volere ancora bene e di essere ricambiato. Si parla con gli amici, si ricordano vecchi episodi e si ride per qualcosa che soltanto all’interno del ristretto gruppo si può comprendere. Si fa qualche progetto con un bicchiere di vino in mano e poi si ritorna alla vita di sempre, al trascorrere delle stagioni, agli eventi belli e brutti che la contraddistinguono. Il mondo non cambia per questo ma tu ti senti meglio.
Mike Leigh è uno dei più grandi registi inglesi in attività, raramente sbaglia un film. Nelle sue storie c’è la vita, quella vera, che quando la guardi non ti sembra di stare al cinema ma vorresti essere uno dei personaggi della pellicola per potere parlare con loro. Perché nelle loro gioie, nelle loro paure, riconosci le tue.
Another year sembra essere un film di Rohmer con i suoi lunghi dialoghi e la divisione del film in quattro parti corrispondenti alle quattro stagioni ma, a differenza del maestro francese, nel suo film c’è meno filosofia e più quotidianità. I personaggi del film di Leigh ruotano attorno alla famiglia di Gerri una psicologa cinquantenne e suo marito Tom ingegnere coetaneo. Gli anni che passano lasciano tracce evidenti sui corpi ma la loro serenità e il loro amore gli fanno affrontare ogni cosa con una leggerezza estrema. Diventano per questo punto di riferimento per gli amici, ognuno di loro con qualche problema esistenziale come Mary, l’amica divorziata e in perenne crisi di solitudine o il fratello di Tom rimasto vedovo da poco. La casa della coppia diventa un luogo di incontro in cui organizzare barbecue o amene cenette dove ognuno prende un pezzo della propria vita e la confronta con quella degli altri. In un film del genere la scrittura diventa essenziale per trovare il giusto equilibrio e dare all’intera opera il senso alto a cui mira. Leigh è maestro nella capacità di creare dialoghi mai banali e sempre carichi di senso, i suoi attori sono straordinari nel riuscire a parlare con ogni piccolo movimento del corpo. Tutto la storia diventa un’esperienza di crescita per ogni personaggio e anche per ogni spettatore che vive assieme a loro l’esperienza della vita che passa.

Ci sentiamo più pieni alla fine del film, carichi di un’umanità positiva che diventa l’arma migliore contro il cinismo che delle volte sembra essere l’unico strumento per sopravvivere. Quando guardi i film di Mike Leigh, come in quelli di Ken Loach l’altro grande maestro del cinema inglese, riesci ancora a dare un po’ di credito agli esseri umani. Uno strano corto circuito mi prende nell’avere visto questo film subito dopo La grande bellezza di Sorrentino; quanto mi sarebbe piaciuto che qualcuno dei personaggi del film italiano fosse comparso improvvisamente negli ambienti di Mike Leigh a farsi una lezione di umiltà e, soprattutto, di umanità.

Sergio

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sabato 2 novembre 2013

Amour - Michael Haneke


Pochi registi potevano pensare di realizzare un soggetto come Amour. Ma Michael Haneke non è diventato uno dei più grandi autori al mondo per nulla. Il suo cinema ci accompagna da più di vent’anni riuscendo spesso a provocarci dei brividi simili a quelli che un essere umano avverte tutte le volte che qualcuno,o qualcosa, ci svelano un pezzo della nostra anima.
La pellicola, palma d’oro lo scorso anno a Cannes, è una delle più forti storie d’amore mai realizzate. Ma è anche una storia di malattia e di morte, di pudore e solitudine, di emozione purissima e raggelante. Una di quelle storie che ti lasciano per un po’ in silenzio prima di potere riprendere a parlare.
Una coppia di anziani coniugi, un ictus che colpisce la moglie e il lento decadimento verso la fine. Potrebbe sembrare una sinossi pericolosissima per il cinema ma Haneke non è un regista qualunque. Lui ha sempre rifiutato la pornografia del dolore, sa benissimo quando un autore deve fermarsi per far parlare la storia e non dare mai un movimento inutile della macchina da presa. E sa anche che per una storia del genere servono due interpreti di una bravura straordinaria, per questo sceglie Jean Louis Trintignant e Emmanuelle Riva. Nel film non compare mai un medico,una corsia d’ospedale o qualche immagine che ti costringe a socchiudere gli occhi per la tensione, ma è talmente essenziale da farti confrontare con la tua interiorità più profonda. Credo che ogni spettatore di questo film potrà reagire in modo differente alla visione proprio perché l’anima di ognuno di noi è unica e ciascuno reagisce in maniera diversa agli eventi limite della vita. Anne e Georges decidono di vivere il loro dramma con un pudore estremo, pochissimi contatti con il mondo esterno se non quelli essenziali. Anche la figlia viene tenuta a una distanza discreta perché, come gli spiega Georges, “tutto questo non merita di essere messo in mostra…”. L’etica del dolore è quella che Haneke ci regala attraverso le azioni dei protagonisti ma anche il pudore dei comportamenti e quello, importantissimo, delle parole che ti insegna a non chiedere mai ad un malato come sta o se si può fare qualcosa per lui.

La falsa pietà di chi è incapace, fosse anche la figlia, di comprendere a fondo il senso di tragedia di un essere umano alle prese con la perdita progressiva della vita deve essere allontanato per salvaguardare ciò che, fino alla fine, rimane della persona che amiamo, la dignità e i ricordi. Haneke ci mostra, quasi con scientificità, quanto impreparati siamo a gestire gli aspetti limite dell’esistenza ma ci offre una commovente rappresentazione di ciò che può riuscire a fare l’uomo messo di fronte all’abisso. L’amore, quello più nobile e alto, che Georges regala ad Anne è una grandissima lezione di compassione, una lezione morale di sublime altezza. Rimaniamo muti di fronte a questo spettacolo, certi di avere assistito a qualcosa di grande, che probabilmente non riusciremo a spiegare bene con le parole ma avrà contribuito a migliorare la nostra vita.

Sergio


venerdì 1 novembre 2013

La grande bellezza - Paolo Sorrentino


Giuro di averci provato. Ho iniziato a guardare La grande bellezza facendo scomparire tutti i timori che, ogni volta che mi preparo a vedere gli ultimi film di Sorrentino, mi assalgono in maniera prepotente. Mi dicevo che uno come lui avrebbe sicuramente compreso che le sue ultime prove erano sempre più estetizzanti e sempre meno ricche di contenuto. Probabilmente la trasferta americana di This must be place era stata archiviata e il regista aveva compreso che certe storie e certi ambienti non erano nelle sue corde, magari la morte del divo Giulio l’aveva riportato a una considerazione più umana dell’esistenza che non ha bisogno di continui voli della macchina da presa per essere celebrata (o criticata). E probabilmente, mi dicevo, pure Toni Servillo avrà compreso che nella recitazione bisogna anche sapere lavorare di sottrazione piuttosto che dimostrare continuamente quanto si è bravi. Inizia il film e la frase di Louis Ferdinand Céline messa come incipit mi mette di buon umore, Céline lo scrittore che amo più di ogni altro… non poteva esserci migliore presentazione! Naturalmente conoscevo già il soggetto del film e l’affresco della capitale nei nostri poveri tempi mi sembrava uno spunto ottimo.
Ma che colpa posso avere se dopo i primi quindici minuti la coppia Sorrentino – Servillo riescono a darmi più colpi di un samurai alle prese con una epica crisi di astinenza? La macchina da presa non si ferma un attimo, dolly, carrelli, piani sequenza. La faccia di Servillo sembra il campionario delle facce dell’attore su quei vecchi manuali di espressività teatrale. Tutto portato all’eccesso in modo insopportabile… ma io sono buono e resisto, sono i tempi mi dicevo… sta descrivendo il nostro presente e allora forse avrà pensato che caricare tutto in questo modo è necessario per farci entrare dentro il film. Continuo la visione e cerco di respirare bene. Ma niente, Servillo non la smette di attaccarsi ai drappi e Sorrentino si sente sempre più Orson Welles (senza esserlo). Arriva Verdone e, nonostante gli sforzi, le sue capacità recitative non sono certo eccelse. Ma questo è niente rispetto al brivido provato all’apparizione della Ferilli, paura allo stato massimo. Sorvoliamo che la Ferillona entra in campo subito dopo un bel primo piano del simbolo della banca sponsor del film (ma c’era proprio bisogno di fare marchette così visibili?) ma capisco sempre più perché uno dei pochi geni del cinema italiano, Marco Ferreri, scelse lei e Jerry Calà (avete capito bene) per girare un suo grande film Diario di un vizio. Nessuno meglio di loro avrebbero potuto interpretare meglio i personaggi di quell'opera (scegliere il peggio per ottenere il meglio). Ma Sorrentino non è (neanche) Ferreri e la sua scelta è palesemente un omaggio alla romanità della Ferilli tanto è vero che subito dopo appare in un cameo agghiacciante l’altro simbolo della romanità coatta, Antonello Venditti. A dire il vero all’inizio ero convinto si trattasse di Corrado Guzzanti nella sua famosa imitazione ma dopo pochi secondi ho compreso che era il vero Venditti. Guzzanti è molto più reale nell’interpretare Venditti di quanto non lo sia lo stesso Venditti.

Il film scorre facendo scempio di tutte le regole cinematografiche che Sorrentino una volta conosceva. Pochissima adesione verso i personaggi visti costantemente come delle macchiette e senza mettere mai un briciolo di umanità; ma non perché si voglia spingere il tasto verso il grottesco (dispiace fare ancora paragoni ma anche Fellini è un esempio troppo lontano per questo Sorrentino) quanto per sottolineare, da parte dello stesso regista, un’umanità irrecuperabile nella sua totalità e per questo (cosa peggiore in assoluto) automaticamente assolta perché così fan tutti. A metà film cerco con lo sguardo i film di Ken Loach nella mia videoteca per farmi un po’ di coraggio e ricordarmi che avere etica nella vita è una dote ancora presente in qualcuno. Il film continua a dispiegarsi nella sua (ripetitiva) descrizione del malessere della società. Io non so più a cosa attaccarmi, penso a tutte le volte che ho scritto di Servillo come il migliore interprete italiano e di quando parlavo di Sorrentino come la grande promessa del nostro cinema. Rimango muto fino alla fine quando la voce di Gabriella al mio fianco mi ricorda di avere sottoposto la mia compagna a questo strazio di due ore. Ma lei sintetizza con una sola frase il senso di tutte queste mie parole: “E’ l’Italia che rovina le persone”. Chapeau!

Sergio


giovedì 31 ottobre 2013

Piccole storie di cinema (1)


Piccole storie di cinema  -     Nella Russia d’inizio Novecento
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Lo studio della storia del cinema offre spesso degli aneddoti che riescono ad aiutarci molto nello studio critico di una determinata cinematografia. La maggior parte di noi è abituata ad associare alle origini del cinema russo i nomi di autori grandiosi come Dziga Vertov o Sergej Ejzenstein ma i grandi maestri del cinema sovietico iniziarono la loro carriera quando il cinema era comparso già da quasi vent’anni.
Quando iniziai a studiare le origini del cinema russo pensavo di imbattermi, al pari di altri paesi europei, a timidi e progressivi approcci all’arte cinematografica che, partendo da basi documentaristiche (sullo stile dei fratelli Lumière) si avvicinasse gradualmente a piccole storie di finzione. La sorpresa fu naturalmente grande nello scoprire che il primo film russo, datato 1907, è il Boris Godunov di Aleksandr Drankov riduzione di uno dei testi più importanti della letteratura russa, l’omonimo libro di Puškin. Quando i Lumière, una decina d’anni prima, iniziarono piazzando una macchina da presa fissa su un binario della stazione in arrivo del treno, ecco che i russi si misuravano da subito con uno dei testi più importanti della letteratura. Questa notizia, di per sé curiosa, diventa l’antefatto di aneddoti veramente divertenti sulle origini di quel cinema e sulle manie di grandezza che animavano i primi cineasti prerivoluzionari. Pensare di adattare un testo come quello di Puškin senza avere ancora una buona esperienza tecnica né un’adeguata preparazione al nuovo linguaggio cinematografico trasformò la realizzazione del film in una sequenza di eventi degni di una comica. La mancanza di luce artificiale costringeva la troupe a spostarsi continuamente per seguire la luce del sole e non si faceva in tempo a terminare di posizionare tutto che si doveva ricominciare dall’inizio. L’utilizzo dei fondali teatrali per le scene di interno dovevano poi fare i conti con la naturale mancanza del soffitto e l’incapacità dell’operatore di manovrare bene la macchina da presa lo costringeva a girare sempre in campo medio per non fare notare l’assenza del tetto… le manie di grandezza di Drankov si misuravano anche nella sua volontà di girare ardite scene di massa senza prima comprendere bene come utilizzare l’ottica della macchina da presa, ecco quindi esilaranti scene in cui il dramma simulato degli attori sul lato sinistro della scena cozzava con la figura dello scenografo sul lato destro che dava istruzioni per i movimenti. Che dire poi della pretesa di essere i primi a fare dei lunghi piani sequenza quando la durata di un rullo era minore della durata della scena? Ecco allora che gli attori erano costretti a rimanere immobili per parecchi minuti per dare modo all’operatore di cambiare rullo e ricominciare a girare esattamente dal punto in cui aveva dovuto staccare! A partire da quel primo film il cinema russo nei primi anni è pieno di incongruenze significative ma anche di colpi di genio assoluti come quello di una compagnia teatrale che avendo deciso di andare in tournée con un film invece che con un’opera teatrale, decise di inventare per prima il cinema sonoro: gli attori si piazzavano al buio dietro lo schermo (non visti dagli spettatori) e, mentre l’azione andava avanti, loro interpretavano le battute dei personaggi…
Ma il mio stupore più grande fu quando scoprì che la produzione russa del primo decennio aveva spesso due film dallo stesso titolo, uno per il mercato interno russo ed uno per l’esportazione negli altri paesi europei. La differenza era data dal finale del film. Il pubblico russo (molto affezionato al melodramma ottocentesco) mal sopportava i finali a lieto fine che invece il resto del mondo gradiva e rimaneva affascinato dall’opera soltanto se alla fine i protagonisti incontravano la morte. Allora i registi si inventavano il doppio finale, mentre nei film per il mercato estero i protagonisti andavano incontro al lieto fine, per la produzione interna si andava sempre a morte certa. Questo mi ha fatto sicuramente comprendere meglio una vecchia amica di famiglia che, tutte le volte che usciva dal cinema mi faceva capire la bellezza del film dal numero di lacrime versate. Più il film era bello più doveva essere triste, la malinconica anima slava influenzava delle volte pure noi.

Quanto divertimento nello studiare quel cinema dalle origini e quanta comprensione per quel critico che ebbe a dire una volta a proposito di quella cinematografia “i russi, come al solito, per costruire una casa partono dal soffitto…

lunedì 28 ottobre 2013

Oltre le colline - Cristian Mungiu


Credo che alla domanda su quale sia la cinematografia più innovativa dell’ultimo decennio avrei pochi dubbi nell’affermare che quella rumena è tra la più meritevole di segnalazione. Come successe per il cinema iraniano degli anni Ottanta o per quello coreano degli anni Novanta, adesso è arrivato il turno della Romania. Un paese che sta proponendo autori di altissimo livello i quali stanno riuscendo a dare il senso di un paese che, dalla fine del periodo nero di Ceausescu, sembra vivere un eterno momento di transizione. Registi come Cristi Puiu, Cristian Mungiu o Colin Peter Netzer sono ancora purtroppo poco conosciuti rispetto al loro valore. Fu nel 2007 con la palma d’oro a Cannes a Quattro mesi, tre settimane e due giorni di Cristian Mungiu che iniziò il processo di conoscenza verso una cinematografia ancora pochissimo nota.
Oltre le colline (2012) è il quinto film di Mungiu, vincitore a Cannes del premio per la migliore sceneggiatura e la migliore interpretazione femminile. Una fortissima storia d’amore quella di Voichita e Alina (le due bravissime Cosmina Stratan e Cristina Flutur). Dopo avere trascorso insieme l’infanzia in un orfanotrofio le due ragazze si ritrovano in un monastero di collina dove una delle due ragazze ha intrapreso un percorso di fede che la porta a un isolamento quasi totale con il resto del mondo mentre l’altra, reduce da un lavoro in Germania, vorrebbe portarsela via con lei essendo l’unica persona che abbia mai amato. Il livello privato della storia si intreccia in maniera magistrale con quello religioso e con quello sociale di un paese che, come affermavamo prima, sembra vivere in un eterno limbo tra il vecchio regime comunista e una modernizzazione ancora di là da venire. Il film è di una forza dirompente nel descrivere il bisogno di amore fortissimo che le due ragazze inseguono dopo un’infanzia negata in un paese che non ha dato punti di riferimento. Voichita si illude di avere trovato questo amore all’interno del monastero e nella dedizione totale alla comunità religiosa mentre Alina vorrebbe soltanto potere fuggire via dal paese assieme alla sua amica per scappare via in un occidente visto come salvezza (ma che rimane sempre indefinito e fuori campo).
Le due ragazze si muovono all’interno di un contesto sociale e umano che sembra sempre sul punto di implodere per poi ricorrere a una disperata, quanto salvifica, arte di arrangiarsi in attesa di tempi migliori. Come ha affermato benissimo il sociologo romeno Vasile Dâncu “i personaggi dei nostri film sono cecoviani. La Romania della transizione è un universo chiuso da cui i personaggi cercano di evadere, ma ci riescono solo attraverso l'illusione o la morte. In questo universo chiuso ci si trova davanti a dei personaggi mai veramente cattivi ma completamente avvolti da un’idea assolutamente impermeabile della vita, che sia il fanatismo religioso del prete e delle suore del monastero o del senso di fatalismo del medico dell’ospedale. Il senso di oppressione di Alina, l’unica che vede nella fuga la sola possibilità di salvezza da un lento ma inesorabile soffocamento, non potrà che portare a degli scoppi di isteria forse unica reazione umana a una società cloroformizzata.


Cinema prezioso quello di questi giovani autori dell’est, ancora poco conosciuto da noi e ostacolato anche in patria (per via della cattiva immagine che riflette della società rumena) ma ricchissimo di contenuti e maestro di stile. Rigoroso e essenziale tanto da porsi come guida per il futuro del cinema europeo.

Sergio

Buona visione

mercoledì 23 ottobre 2013

Yoshifumi Kondō (e Hayao Miyazaki) - I sospiri del mio cuore


Andando alla ricerca dei titoli della studio Ghibli usciti nel corso del tempo  (arrivati in Italia soltanto negli ultimi anni sulla scorta del nome tutelare di papà Hayao Miyazaki), mi sono imbattuto sul bellissimo “I sospiri del mio cuore” di Yoshifumi Kondō (sceneggiato dallo stesso Miyazaki). Kondō è stato uno dei primi collaboratori di Miyazaki alla Ghibli e soltanto una morte prematura lo ha privato dall’essere, assieme a Miyazaki, uno dei nomi più importanti dell’animazione giapponese.
Il film, girato nel 1995, è arrivato in Italia soltanto nel 2011; come spesso accade per l’animazione giapponese, la storia è tratta da un manga, Sussuri del cuore di Aoi Hiiragi. Attraverso le prime esperienze di vita di Shizuku, giovane studentessa di una cittadina giapponese, si entra in un racconto di formazione che, limitandosi alla sinossi, sembrerebbe non avere nulla di straordinario. Una ragazzina alle prese con la scuola, la famiglia, il primo amore dapprima soltanto ideale e poi impersonato da un giovane ragazzo che sogna di fare il liutaio e di cui si innamora perché scopre che in biblioteca ha letto gli stessi libri che lei ama. Ingredienti normali per un film che tuttavia diventa pian piano eccezionale nella sua capacità di farti calare in una dimensione magica, sospesa tra i sogni di Shizuku e la quotidianità di una vita che sembra non avere nulla di straordinario fino a quando non decidi di affrontarla con tutta la tua forza. Ed ecco che la voglia di raggiungere gli obiettivi da un senso al mondo attorno e ti fa compenetrare nei sogni degli altri riuscendoti a dare quel senso di unione con la natura e con gli uomini che è uno dei segni distintivi dei film usciti dalla penna di Miyazaki. Riflettevo sul perché lo stesso soggetto avrebbe dato vita in occidente a una storia piena di prove eccezionali da superare, di traumi da affrontare come se i primi sospiri del cuore di un essere umano non siano già un evento eccezionale. Il film di Kondō ci insegna che è proprio la vita ad essere eccezionale non perché debba per forza succedere qualcosa di straordinario ma perché siamo noi a darle questo valore in ogni gesto che compiamo.

Finisce il film e ritrovo ancora un volta quel senso di benessere che solo i film della studio Ghibli riescono a darmi, fischietto la vecchia canzone di John Denver Take me home, country roads che la piccola Shizuku tenta di adattare in giapponese e aspetto il momento in cui potrò fare un viaggio a Tokyo per entrare alla studio Ghibli e tuffarmi dentro le loro magnifiche storie tenendo per mano i miei sogni.

Sergio 

Buona visione, se volete...

lunedì 21 ottobre 2013

Paddy Considine - Tyrannosaur



Guardare opere prime come Tyrannosaur di Paddy Considine riesce a darti, oltre a un indiscutibile piacere cinematografico, il senso della distanza che separa la maggior parte del cinema italiano (soprattutto di quello giovane) da quello degli altri paesi. Il cinema inglese continua invece a confermarsi come una delle scuole migliori al mondo specialmente quando si tratta di parlare di temi sociali.
Il volto di Peter Mullan, splendido protagonista del film, è sicuramente una garanzia di qualità. Conosciuto in Italia sia come regista (Orphans e Magdalene) che come attore di registi culto (My name is Joe di Ken Loach su tutti), la sua interpretazione di Joseph, un vedovo di mezza età che vive da solo divorato da una rabbia incontrollabile verso tutto, è di quelle da ricordare. Ambientato in una delle tante periferie grigie delle città inglesi la scenografia sembra quella dei film di Ken Loach o Mike Leigh ma, a differenza dei film dei due maestri della working class, in Considine non esiste la componente politica. Tyrannosaur parla di solitudine, dura, pura, quasi spirituale. In questa solitudine l’incontro di Joseph con Hannah (una strepitosa Olivia Colman attrice di altissimo livello) sembra l’unione di due derive. Hannah proviene però da un ambiente diverso. Cattolicissima e abitante dei quartieri borghesi della città, sembra la classica donna che viene in periferia per fare quella beneficenza utile per rimettere a posto la propria coscienza; ma il suo privato è ancora più devastato di quello di Joseph. Un soggetto che sarebbe potuto diventare l’ennesimo (e inguardabile) mattone melodrammatico diventa nelle mani del giovane regista britannico un’opera di grande arte cinematografica oltre che di altissima poesia visiva. La redenzione nella vita esiste al di là delle consolazioni religiose; nel pieno di un totale disfacimento dei valori umani la macchina da presa di Considine inserisce, quasi incidentalmente (e per questo in modo ancora più efficace) piccoli squarci di luce. Momenti in cui la vita si prende la rivincita sulla morte, sulla negatività, come nella bellissima sequenza del pub dove la riunione per un amico scomparso diventa l’occasione per ritrovare il calore umano e la gioia della condivisione.

Non era facile, con un soggetto del genere, riuscire a predisporci a un paradossale, ma solido ottimismo. Considine ci riesce usando gli strumenti del cinema, quello alto. Grande scrittura e grandissimi interpreti, zero effetti speciali e voli pindarici della macchina da presa. Quanto mi piacerebbe scoprire che anche il cinema italiano possa essere (di nuovo) in grado di girare film simili.

Sergio

Clip dal film:


martedì 4 giugno 2013

Corso di Storia del Cinema

Si è appena concluso il corso di Storia del Cinema tenuto da Sergio Barone per Teatroimpulso in collaborazione con l'associazione culturale duediquadri.
Appuntamento a ottobre per la prossima edizione...