mercoledì 4 luglio 2012

Aleksandr Sokurov - Arca Russa


Il 23 dicembre del 2001 il museo russo dell’Ermitage, una tempo residenza principale degli zar, resta chiuso al pubblico per le riprese di Arca Russa. Quattro anni di preparativi per un solo giorno di riprese. Un unico piano sequenza, più di 90 minuti senza neanche uno stacco di montaggio. 867 attori e più di mille addetti ai lavori, di cui ben 22 assistenti alla regia. Una steady-cam di nuova generazione fatta costruire apposta per quest’esperienza.
Sebbene tutto ciò possa sembrare un vezzo virtuosistico da ricerca del guinness dei primati piuttosto che una scelta stilistica, questa difficile sfida cinematografica non è fine a se stessa ma è assolutamente subordinata a un’esigenza narrativa.
Una ripresa morbida, delicata e continua ci suggerisce lo scorrere del tempo conducendoci in un viaggio onirico attraverso trecento anni di storia russa.
Fulcro di tutto il film è il confronto tra i due protagonisti: “il Russo”, occhi e anima dell’inquadratura, di cui sentiamo solo la voce, e “l’Europeo”, rappresentato da un diplomatico francese del XIX secolo catapultato nella visione di Sokurov.
Metafora di Russia ed Europa, del loro contorto rapporto di amore/odio, il loro diverso modo di percepire gli eventi a cui assistono lascia lo spazio a numerose riflessioni e a pesanti critiche verso la società russa odierna.
Insieme, quasi come fantasmi, il Russo e l’Europeo assistono a momenti di privata brutalità di Pietro il Grande, a uno spettacolo adibito per Caterina II, alle pubbliche scuse dell’ambasciatore di Persia per l’attentato in cui restò ucciso Griboedov, a momenti della vita familiare di Nicola II etc.
Una straordinaria lezione di storia che funge da sostegno a un inno alla poesia,  all’arte e alla bellezza.
Il compito di chiudere il film è lasciato alla suggestiva scena del ballo di corte sulle note di Mikhail Glinka; la macchina da presa balla insieme alle centinaia di comparse in una delle scene visivamente più belle che abbia mai visto.
I dialoghi sono pochi, corti e asciutti. Concetti semplici espressi con semplici parole. Il compito di evocare un vasto spettro di emozioni è riservato alla profonda meraviglia delle immagini che danzano su una musica altrettanto meravigliosa.

Mi lascia sbalordito pensare alla mostruosa organizzazione necessaria per realizzare un simile lavoro. Una coordinazione di circa duemila persone, più di ottocento attori truccati e in costume pronti ai loro posti molto prima del loro turno. Un solo errore, anche nei secondi finali, ed è tutto da ricominciare.
Un’esperienza straordinaria che ha avuto il merito di regalare questa piccola perla alla Storia del Cinema.
Sono convinto che tra cent’anni, si studierà questo film come oggi si studiano le pellicole di Ejzenshtejn.
A proposito di questo, non riesco a non sorridere pensando che nella stessa scalinata dell’Ermitage in cui si chiude il film, poco meno di cent’anni prima, Ejzenshtejn girava le sequenze finali di Ottobre, film altrettanto sperimentale, con dei tagli di montaggio estremamente serrati per l’epoca. In pratica, con un progetto diametralmente opposto, ma altrettanto geniale per i suoi tempi!   :-)

Robin